In fuga dalla povertà

Si è iniziato a parlare di migranti che fuggono dalla povertà, ovvero di migranti economici, da quando orde di persone in stato di bisogno hanno iniziato a riversarsi sul nostro territorio. L’espressione suggerisce che queste persone siano esse stesse colpevoli del loro destino, quando invece il nostro benessere contribuisce in maniera decisiva alla loro condizione di nullatenenza. 

di Sven Bensmann

Fonte: http://www.migazin.de/2016/11/08/armutsflüchtige/
Tradotto dal tedesco da: Translators for Justice

Quando si vuole parlare di “migranti” in maniera particolarmente negativa, si finisce prima o poi per utilizzare il termine “migrante economico”, volendo in tal modo prendere le distanze dal concetto di “profugo di guerra” e ricondurre l’emigrazione a una sorta di fallimento personale.

Ma cosa vuol dire “migranti in fuga dalla povertà”? Un contadino o un pescatore, caduto in miseria da qualche parte in Africa, che non punta a una nuova carriera come operaio in Germania ma semplicemente non ha altra prospettiva di vita può davvero essere ritenuto responsabile della propria situazione?

A partire dal colonialismo, che ha gettato le basi della struttura sociale odierna, si potrebbe a lungo discutere di quanto poco l’individuo sia responsabile del proprio destino, come del resto sa bene chi è andato a scuola in Germania e ha finito per frequentare gli stessi istituti dei genitori. In poche altre nazioni di pari livello di sviluppo l’istruzione dipende infatti così tanto dall’origine come in Germania.

Cito solo un piccolo esempio per rendere l’idea della situazione: pescherecci europei, americani e giapponesi da decenni svuotano sistematicamente le acque territoriali di Stati che non dispongono delle strutture statali necessarie per impedire questa forma di pirateria.

Sotto forma di aiuti allo sviluppo, poi, dalla Germania si esportano in Africa resti di carne che, refrigerati in maniera discutibile, arrivano su mercati dove, tanto per fare un esempio, sono venduti a costi addirittura più bassi dei polli ingrassati in loco. Del resto, per finanziare i nostri allevamenti sono sufficienti petti e cosce. Il resto è carne collaterale.

A queste condizioni è quasi impossibile praticare la pesca e l’agricoltura, a meno che i prodotti non li si esporti. L’export agricolo, però, è praticabile solo su grossa scala, con note conseguenze quali le mega piantagioni di cacao, esposte alla concorrenza mondiale e dunque a forte pressione al ribasso sui prezzi, e i bambini schiavi che in esse vi lavorano e di cui tutti ormai abbiamo sentito parlare.

Anche solo pensare che il bimbo schiavo della Costa d’Avorio, il pescatore somalo o il piccolo agricoltore ghanese siano da soli responsabili della condizione di povertà in cui vessano o che non abbiano il diritto di sognare al di là di una povertà opprimente è purtroppo, se non giustiziabile, almeno ripugnante.

Si dice spesso che i paesi occidentali dovrebbero combattere le cause della povertà. Giusto. Ma in fin dei conti come ci si può aspettare che un paese che non è disposto a spendere per la carne 10 euro all’anno in più nemmeno per il mantenimento del proprio benessere sia pronto, per il bene degli altri, a rinunciare agli “aiuti allo sviluppo”, alla pesca pirata e alla cioccolata a basso costo? Il piano a tutela del clima proposto dal governo federale chiedeva, su sollecitazione degli esperti, un aumento dell’IVA dal 7% al 19% per i generi alimentari di origine animale, al fine di vincolare agli obiettivi per il clima quel tipo di agricoltura dannoso per l’ambiente e ridurre allo stesso tempo il consumo di carne dei tedeschi a un livello riconosciuto come salutare dalla comunità internazionale. Ma ovviamente non se n’è potuto far niente.

In altre parole, dal nostro stile di vita dipende la povertà degli altri. Chi fugge dalla povertà lo è a causa del nostro sistema economico, non di un suo personale fallimento. Ribaltare questa verità e negare alle vittime qualsiasi forma di solidarietà rappresenta la fine della civilizzazione. È la barbarie.

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