Donne egiziane: depresse o oppresse?

Tradotto dall’inglese da: Translators for Justice

Fonte: https://www.opendemocracy.net/5050/sophie-anmuth/egyptian-women-depression-or-oppression

di Sophie Anmuth

26 settembre 2016

Le donne in Egitto non hanno smesso di spingere verso il cambiamento ma si sono trovate a dover sostenere il peso psicologico derivante dalle pressioni di una società e di una politica postrivoluzionarie rigide.

“Quando non ci sono lezioni la mia famiglia non mi fa uscire e mi sento come in prigione. È da tanto tempo che sono depressa, ma la mia famiglia non mi permette di cercare aiuto”, spiega Hagar (nome finto), 23 anni, iscritta alla facoltà di lettere e filosofia dell’università del Cairo. “Mio padre mi picchia perché è in disaccordo con me su tutto quello che penso, sulla società e sulla politica. L’unica via d’uscita che vedo è provare ad evitare il matrimonio e andare via da casa, ma per ora non posso neanche provare a proporlo alla mia famiglia.” Hagar è una delle tante donne egiziane che soffrono di depressione o altri disturbi psicologici derivanti dal desiderio di scrollarsi di dosso il peso della tradizione e delle aspettative che le famiglie e la società hanno nei loro confronti.

Le tensioni all’interno delle famiglie sono andate inasprendosi negli ultimi anni parallelamente alle lotte condotte dagli egiziani per la libertà, e le giovani donne chiedono più indipendenza e autonomia sulle proprie vite e sui propri corpi. Spesso si sente dire che per motivi religiosi una donna non è libera di vestire o comportarsi come desidera. Naturalmente, questa regola si applica anche agli uomini, dicono, ma per motivi sociali sono le donne a pagare inevitabilmente il prezzo più alto.

“La maggior parte delle ragazze può lasciare la casa dei genitori nel momento in cui si sposa. Il matrimonio è un’istituzione obbligatoria tramite la quale continua a essere alimentato e tramandato il sistema patriarcale”, spiega Sohila Mohamad, che sette mesi fa ha fondato Femi-Hub, un’organizzazione di aiuto alle donne nel loro percorso verso una vita indipendente. Tuttavia, Sohila si è accorta che, diversamente dalle sue aspettative iniziali (pensava che il suo lavoro si sarebbe limitato a cercare un lavoro o un appartamento per le giovani donne), il primo compito che si presenta è quello di affrontare le ragioni che spingono le ragazze ad andare via di casa, ovvero “i padri, i mariti, i fratelli, i casi di violenza domestica, gli abusi emotivi, fisici, sessuali”. Sembra che avere l’ultima parola sul comportamento delle donne o scaricare le frustrazioni sulle donne della famiglia sia diventata una soluzione praticata da molti egiziani che sentono di non avere più il controllo delle proprie vite. Alla radice di questo senso di impotenza vi sono fattori economici e politici radicati, ma queste dinamiche sociali e familiari riflettono i meccanismi del regime militare egiziano (l’unico sistema di governo che il paese ha conosciuto per decenni), con relazioni e strutture di potere basate su forza ed obbedienza.

L’alto tasso di violenza domestica e di genere in Egitto, comprese aggressioni sessuali di gruppo, è documentato da gruppi in difesa dei diritti umani, secondo i quali quasi una donna sposata su due ha denunciato una violenza domestica (si stima tuttavia che la maggior parte dei casi non venga denunciata). Mostafa Hussein, uno psichiatra egiziano, dichiara che le vittime di violenza sviluppano disturbi post-traumatici o che, in seguito alla denuncia, in esse si palesano problematiche psicologiche esistenti che portano alla luce ansie e insicurezze latenti. Hussein riporta un caso molto grave a cui ha assistito alcuni fa mentre era in servizio presso un ospedale statale, allorché una povera famiglia del Cairo aveva portato al reparto ustionati la figlia di 12 anni in stato catatonico. La famiglia si era già rivolta a diversi sceicchi perché esaminassero la condizione della ragazza dopo che questa aveva smesso di parlare ed era diventata completamente inespressiva. Dopo aver tentato vari trattamenti tradizionali, uno sceicco aveva deciso di provocare delle ustioni sulla mano della ragazza per “svegliarla” dal suo stato. La ferita era così grave che la famiglia aveva deciso di portarla in ospedale, dove i dottori del reparto di cura intensiva le avevano poi ordinato di trasferire la ragazza al reparto di psichiatria.

“In Egitto non si sa molto sui problemi di salute mentale”, spiega Hussein. “Le persone senza istruzione si affidano a figure religiose prima di rivolgersi a psicologi o psichiatri, ma è un’abitudine in realtà diffusa in tutti gli strati sociali”. Dopo tre settimane di cure – continua a spiegarci Hussein – la ragazza ha ricominciato a parlare e ha finalmente raccontato la sua storia ai medici. “La sua famiglia voleva che si sposasse. L’ambiente familiare era violento e probabilmente c’era una relazione incestuosa nella famiglia”, racconta. I controlli mensili dopo le dimissioni mostravano un graduale miglioramento, ma dopo il terzo mese la ragazza aveva iniziato a mostrare segni di ricaduta. “Abbiamo scoperto che avevano scelto un altro marito. Dopodiché non si è più presentata ai controlli.”

Non esistono statistiche che documentino i problemi di salute mentale in Egitto. Gli psichiatri suggeriscono che la percezione dell’aumento dei problemi di salute mentale potrebbe essere collegata alle conseguenze delle lotte politiche nel paese e a una generale consapevolezza del problema, sebbene solo all’interno di una classe ristretta di persone. E mentre la consapevolezza della salute mentale va crescendo, la conoscenza di possibilità assistenziali e di accesso ad esse deve ancora prendere piede. (Dati non strutturati sui problemi di salute mentale sembrano trovare riscontro nelle statistiche che contano 400.000 casi di tentato suicidio in Egitto nel 2011, il quadruplo dell’anno precedente).

Ma per il collega psichiatra Nabil el Qutt il problema è più grande della terapia. “La soluzione del problema richiede un cambiamento sociale”, commenta. El Qutt ricorda una delle sue ultime pazienti, una studentessa intelligente e di bell’aspetto iscritta alla facoltà di politica ed economia a cui aveva diagnosticato un disturbo borderline della personalità e depressione. La donna aveva tentato il suicidio e praticava azioni autolesioniste. Dopo aver frequentato la sua clinica per alcuni mesi seguendo una terapia individuale e di gruppo supportata da antidepressivi, la situazione sembrava essere migliorata. La donna aveva trovato un lavoro da affiancare allo studio e iniziato una relazione. Un anno dopo, però, ha interrotto le visite con El Qutt e sua madre ha chiamato per dire che la figlia aveva ricominciato con le azioni autolesioniste e aveva nuovamente tentato il suicidio. Il dottore ha chiamato la ragazza diverse volte per fissare un appuntamento ma lei non si è mai presentata. “Il conflitto si era sviluppato tra lei e la sua famiglia, con suo zio in particolare, che controllava qualsiasi cosa facesse. Ho detto a sua madre di lasciarla più libera ma non è servito a niente”, conclude.

“La giovane paziente aveva partecipato alle rivolte del 2011. Se così non fosse stato, forse si sarebbe adattata più facilmente alle regole della società”, ipotizza El Qutt. “Molti pensano di essere depressi, ma la depressione nasce da un conflitto interiore. In realtà queste persone vivono in una realtà oppressiva, governata da uno stato oppressivo. Tutti coloro che hanno fortemente desiderato un cambiamento democratico e hanno visto il loro sogno infrangersi soffrono di qualcosa che loro chiamano depressione, ma in realtà è una reazione alle circostanze esterne.”

Sono molte le giovani donne che hanno partecipato o che si sono trovate nel mezzo delle sommosse politiche successive alla destituzione di Hosni Mubarak nel 2011. In quella fase le idee circolavano liberamente, oltrepassando i confini di classe, religione e le convinzioni politiche. Pacificamente, senza necessariamente aderire a un movimento per i diritti della donna, molte hanno anche chiesto più indipendenza. Alcune si sono battute per il diritto, apparentemente banale, di uscire con le proprie amiche, senza comunque riuscire a rompere il tabù del coprifuoco. Alcune vogliono vivere da sole, cosa che è destinata a rimanere un desiderio irraggiungibile per molte ma può avverarsi se la donna lavora o studia in una città diversa da quella dove vive la famiglia. Molte hanno anche rifiutato il matrimonio combinato (o “gawaz salonat”) o hanno insistito per avere la libertà di determinare il livello di religiosità a loro più consono. Ma dal 2011 il paese ha fatto passi indietro su molti fronti, strappando di mano agli egiziani la speranza di una nuova vita. Molti percepiscono che l’economia in caduta e diversi anni di caos e repressione politica hanno reso la società egiziana in generale più tesa e più violenta. Questa percezione potrebbe derivare anche dal fatto che le persone hanno attivamente sperimentato una certa autodeterminazione e hanno potuto rivendicare i propri diritti, cosa che molti (specialmente tra le persone delle classi sociali più basse) non avevano mai fatto prima.

Hagar attribuisce alle sommosse del 2011 anche quello che lei chiama un cambiamento nelle sue convinzioni e nella sua personalità, una “metamorfosi” verso la sua vera natura. Diciassettenne all’epoca della rivoluzione, lei, come molti altri della sua generazione, racconta quanto gli eventi di quel momento abbiano dato nuova forma al modo di vedere il mondo. Ha iniziato a mettere in discussione tutto, dalla propaganda che sentiva in TV alle regole e ai protocolli che aveva imparato a rispettare dalla sua famiglia e dalla società. “Mi tengono quasi segregata in casa e pensano così di proteggermi finché non sarò sposata” spiega, “ma il matrimonio non è l’obiettivo della mia vita. Molte volte i genitori impediscono di fare qualcosa non perché siano convinti che sia sbagliato, ma perché hanno paura di quello che direbbe la gente.”

Hagar può raccontare a sua madre del suo sogno di diventare una giornalista, ma altri argomenti sono tabù per un orecchio conservatore come quello di sua madre: il fumo, per esempio, è tabù, e se parlasse di rapporti sessuali prima del matrimonio verrebbe considerata pazza. Molte giovani donne dichiarano di non comprendere le reazioni delle loro madri, donne che quando avevano la loro età avevano tre lavori, tornavano a casa tardi o decidevano di non indossare lo hijab. Alcune attribuiscono questo cambiamento nella percezione del ruolo della donna alle ondate di conservatorismo religioso degli ultimi tempi: la prima fomentata dall’Arabia Saudita e rivolta alle famiglie egiziane che sono scappate da Sadat o sono migrate nel Golfo per trovare lavoro, e quelle successive alimentate da un’ondata di opposizione all’Occidente seguita alla guerra in Iraq.

In questo contesto, Hagar sente di essere costretta a mentire per poter vivere secondo i propri principi. Quando spiega la sua decisione di togliere il velo (che è stata obbligata ad indossare dall’età di 12 anni) due anni fa, Hagar confida che inizialmente non aveva detto ai suoi genitori che aveva smesso di indossare il velo fuori casa, ma così di fatto conduceva una doppia vita e questo la rendeva sempre più infelice. “Ho iniziato allora a parlarne con loro e ho provato a convincerli con argomentazioni logiche, ma non ha funzionato. Così continuo a farlo di nascosto. Prima mi hanno accusato di essere diventata cristiana e poi atea”, racconta. “Con mio padre non posso parlare, si comporta come se volesse sottomettermi a suon di botte.” Dal giorno in cui lui e Hagar hanno litigato per via di un ospite pro-regime comparso in TV, che lei disapprova, lui ha smesso di parlare con lei. “Si aspetta che chieda scusa per la mia opinione. Pensa che internet e l’università mi abbiano rovinato.”

Nonostante tutto, persino Hagar pensa che con il tempo le cose possano migliorare. Sa che prima o poi troverà un lavoro e andrà via da casa, che la sua famiglia si opporrà duramente e che potrebbe non volere parlare con lei per qualche tempo, ma che prima o poi accetteranno la situazione. Conosce Femi-Hub e ha sentito altre storie di donne che cercano di vivere da sole, nonostante le enormi difficoltà iniziali.

Un’altra paziente di Nabil El Qutt rappresenta una fonte di speranza. Giovane farmacista, figlia di genitori molto conservatori, si è unita a un gruppo di sinistra e ha smesso di indossare il velo. I suoi genitori si opponevano a qualsiasi cosa dicesse e l’hanno persino fatta visitare da un dottore per controllare che fosse ancora vergine. La ragazza è poi caduta in una grave depressione e ha iniziato a praticare autolesionismo. Nonostante tutto, è riuscita un giorno ad andare via di casa e da allora non ha più avuto bisogno di terapia. È riuscita addirittura a convincere sua madre a lasciare un marito autoritario.

Storie di questo tipo fanno capire che c’è qualcosa di positivo negli attuali conflitti. “La violenza domestica e l’oppressione delle donne non sono necessariamente peggiorate negli ultimi anni, ma la sensazione è quella perché effettivamente se ne parla di più”, commenta Sohila Mohamad, aggiungendo che le donne non provano più vergogna a denunciare l’oppressione che subiscono o il peso psicologico che devono sopportare. Possono contare su una maggiore consapevolezza e solidarietà. Sempre più donne chiedono aiuto e sono pronte ad aiutare altre donne in difficoltà, rifiutandosi di trascorrere la loro vita nell’infelicità.

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