Insultati, minacciati, licenziati

Tradotto dal tedesco da: Translators for Justice
Fonte: http://www.wissenschaftsmanagement-online.de/system/files/downloads-wimoarticle/1602_WIMO_Beschimpft%2C%20bedroht%2C%20entlassen_DIZDAR.pdf

L’appello per la pace degli accademici turchi e le sue conseguenze

DILEK DIZDAR- L’appello lanciato da circa un migliaio di accademici turchi per porre fine all’intervento militare nelle zone a forte presenza curda sta avendo ripercussioni notevoli per i firmatari e per le università in genere. Ci sono vite a rischio, realtà professionali in fumo e il diniego di poter esprimere un pensiero critico (nei confronti del governo) negli ambienti accademici. Un rapporto sulla situazione.

Alcune ore dopo l’attentato kamikaze del 12 gennaio 2016 a Istanbul, in cui hanno perso la vita 11 civili, il Presidente turco Erdoğan ha tenuto un discorso alla conferenza degli ambasciatori ad Ankara. Il suo discorso, tuttavia, non è stato incentrato sull’attentato, bensì sull’appello reso pubblico il giorno precedente dall’iniziativa “Accademici per la pace”, nel quale i 1128 firmatari criticavano aspramente gli interventi militari in corso nei territori a sud-est della Turchia a maggioranza curda e chiedevano una riapertura delle trattative per il processo di pace. Durante il suo discorso, Erdoğan ha insultato i firmatari definendoli una “banda di figure ignoranti e oscure” nonché “traditori della patria”, e ha esortato la giustizia a prendere i provvedimenti necessari contro questo “tradimento”.

Da oltre un mese è in corso l’offensiva da parte dell’esercito turco contro l’organizzazione illegale curda PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) durante la quale sono stati imposti 58 coprifuochi nella città di Diyarbakir e in altre città limitrofe, alcuni dei quali attuati per settimane intere senza interruzione. Secondo i dati forniti dall’Associazione Turca per i Diritti Umani, finora avrebbero perso la vita 162 civili, tra cui 32 bambini e 24 persone di età superiore ai 60 anni. I coprifuochi hanno impedito la sepoltura di molte salme, i feriti muoiono poiché non viene garantito l’accesso alle ambulanze e ai medici del pronto soccorso, le linee elettriche e le condutture dell’acqua sono parzialmente distrutte, così che, nelle zone intrappolate dall’offensiva, oltre all’elevato rischio di mortalità, si sta delineando anche una catastrofe umanitaria.

Da quando sono state imposte notevoli restrizioni alla libertà di opinione e in conseguenza della sempre più frequente violazione dei diritti umani, dichiarazioni, appelli e petizioni sono diventati pane quotidiano per accademici e intellettuali critici turchi. Questo appello, tuttavia, ha già acquisito una posizione particolare tra i testi della protesta e della resistenza.

I primi 1128 firmatari sono accusati di violare il paragrafo 301 del codice penale turco: “Vilipendio all’identità turca, alla Repubblica di Turchia e alle sue istituzioni”. Ai firmatari si rimprovera inoltre di fare “propaganda per organizzazioni terroristiche”. Il giorno dopo il discorso tenuto da Erdoğan, l’Ufficio per gli affari universitari, istituito durante il regime militare e da allora operativo per la limitazione della libertà di ricerca e insegnamento, si è affrettato a rassicurare che in relazione “alla dichiarazione a favore del terrore sarebbero stati avviati i provvedimenti giudiziari necessari”. Le università non hanno tardato a fare lo stesso. Prima tra queste è stata l’Università Abdullah Gül di Kayseri che ha esortato alle dimissioni un professore firmatario dell’appello. Nel giro di una settimana sono state avviate in totale 109 procedure disciplinari a carico di membri di 20 università di tutto il Paese; nel frattempo (fino al 22 gennaio) 29 firmatari sono stati licenziati, esortati a dimettersi, destituiti delle loro funzioni o sospesi; si prevedono ulteriori licenziamenti e rescissioni di contratti. 33 firmatari sono stati arrestati, alcuni subendo la perquisizione dell’ufficio o dell’appartamento.

Come se non bastasse, si temono attacchi da parte di gruppi ultranazionalisti e filogovernativi, in particolar modo nei confronti dei colleghi delle università provinciali di orientamento più conservatore, che hanno ricevuto telefonate minacciose e hanno visto i loro nomi e foto comparire sui manifesti accanto a parole colme di rabbia e anche marcare le porte dei propri uffici con una croce. Un noto boss mafioso vicino al Presidente turco ha persino espresso il desiderio di bagnarsi nel sangue dei firmatari. In un’intervista pubblicata il 23 gennaio sul sito turco della BBC, la sociologa e professoressa associata Latife Akyüz racconta come nell’arco di tre giorni la sua vita sia cambiata radicalmente: Akyüz era impegnata a correggere gli esami di fine semestre dei suoi studenti presso l’Università Düzce (città a circa 200 km a Est di Istanbul) quando, il giorno successivo al discorso di Erdoğan, ha ricevuto la telefonata di un’amica che la informava di un articolo pubblicato su un giornale locale intitolato “Una traditrice a Düzce”. Sul sito del quotidiano ha potuto poi leggere i commenti offensivi e colmi di odio che venivano di volta in volta pubblicati. Subito dopo, l’organizzazione locale ultranazionalista dei Lupi Grigi ha rilasciato un comunicato stampa che terminava con la frase: “Ripuliremo Düzce dal PKK”. Col passare dei minuti la campagna denigratoria si faceva sempre più aspra e diffusa tramite i social media. Latife Akyüz era diventata bersaglio di insulti sessisti e minacce di morte.

Rimanere nel suo appartamento a Düzce, dove viveva da sola, era ormai troppo pericoloso, sarebbe stato pericoloso anche salire su un autobus interurbano a Düzce; i suoi amici l’hanno accompagnata nella città più vicina. La prof.ssa Akyüz è venuta a sapere di essere stata sospesa dal servizio tramite il sito web della sua università. Il pubblico ministero ha esercitato l’azione penale ed è stata ottenuta l’ordinanza di arresto contro Akyüz. È vero che è stata rilasciata dopo la deposizione, ma ha ricevuto il divieto di espatrio. E tutto ciò per aver firmato un appello per la pace. Se lei e gli altri 1128 firmatari dovessero essere riconosciuti colpevoli rischierebbero fino a cinque anni di reclusione.

La possibilità che la giustizia turca, sulla base di un appello per la pace, riconosca colpevoli di sostenere un’organizzazione terroristica degli accademici che non hanno né utilizzato né propugnato la violenza sembra assurda, ma poiché in Turchia non si può più parlare di una giustizia indipendente, tale possibilità non è affatto da escludere. La giurisprudenza non consiste semplicemente nell’applicazione letterale di testi giuridici, ma è un atto ermeneutico. Quando l’ideologia dominante prestabilisce un’interpretazione, come accade oggi in Turchia, la prassi giuridica stessa diventa un pericolo per lo Stato di diritto: le leggi diventano strumenti per la violazione del diritto.

L’interpretazione del testo per la pace firmato da docenti e ricercatori è un esempio significativo di questo sviluppo. C’è bisogno di una lettura malevola ed estremamente fantasiosa per interpretare il testo come uno scritto a sostegno del PKK. Tuttavia, la settimana scorsa il procuratore generale di Izmir ha mostrato che questa creatività può anche essere oltrepassata. La sua accusa contro 37 firmatari si basa sul paragrafo 302 del codice penale turco. Si tratta nientemeno che della “distruzione dell’unità e integrità dello Stato”, per cui è prevista la pena aggravata dell’ergastolo.

La giornalista Elif Çakır, famosa per la sua vicinanza al partito di governo, dice di poter dimostrare perché il testo mette in pericolo l’integrità dello Stato. Si riferisce al seguente passo dell’appello:

[…] Il diritto alla vita e all’incolumità fisica, alla libertà e alla sicurezza dai soprusi, in particolare il divieto di tortura e di maltrattamento, praticamente tutti i diritti di libertà garantiti dalla Costituzione e dagli accordi internazionali firmati dalla Turchia vengono violati e implicitamente aboliti.

Questo modo di procedere mirato e sistematicamente applicato con la violenza è privo di qualunque fondamento giuridico. Non solo è una grave interferenza nell’ordinamento giuridico, ma vìola le norme giuridiche internazionali come il diritto internazionale, a cui la Turchia è vincolata.

Esortiamo lo Stato a fermare subito questa politica di annientamento e di espulsione nei confronti dell’intera popolazione della regione, che è però principalmente diretta contro la popolazione curda. Tutti i coprifuochi devono essere subito revocati. I colpevoli e i responsabili delle violazioni dei diritti umani devono rendere conto delle proprie azioni. I danni materiali e immateriali subiti dalla popolazione devono essere documentati e riparati. A questo scopo chiediamo che degli osservatori indipendenti nazionali e internazionali ottengano il libero accesso alle zone distrutte, per valutare e documentare la situazione sul campo.

Si parla qui di “accordi internazionali”, “norme giuridiche internazionali come il diritto internazionale” e di “osservatori indipendenti internazionali”, che devono “ottenere il libero accesso alle […] zone”. Queste richieste, secondo Çakır e i media mainstream che le citano, equivarrebbero alla richiesta di un mandato straniero per la regione, e sarebbero quindi da interpretare in senso separatista. Il fatto che si debbano far venire degli stranieri per valutare la situazione viene considerato come un atto di denigrazione del proprio paese ed elevato a tendenza separatista. Intanto in Turchia, anche nell’era dell’AKP, ci sono sempre stati degli osservatori internazionali anche durante i procedimenti giudiziari e le elezioni. Accanto ad Amnesty International sono inoltre attive anche altre organizzazioni internazionali non governative. E ci si domanda come possa essere possibile, per uno Stato che ha firmato degli accordi internazionali, garantire che i princìpi di questi accordi vengano mantenuti, se nessuno ha il permesso di verificarlo, a parte esso stesso?

Non si sa come andranno a finire i processi. Tuttavia c’è da aspettarsi che Erdoğan e il governo dell’AKP continueranno a combattere contro gli accademici e porteranno avanti con ogni mezzo l’anti-intellettualismo. A loro parere, un buon accademico è colui che sta dalla loro parte. Il pensiero critico è per loro una spina nell’occhio. In questo senso si continua a lavorare alla ristrutturazione dell’università turca. Adesso si tratta di sistemare con fermezza le ultime posizioni critiche. Si è appena venuto a sapere che l’Ufficio per gli affari universitari sta lavorando a una nuova legge per la nomina dei rettori. Negli ultimi anni è stata fortemente criticata la nomina di candidati che alle elezioni avevano ottenuto decisamente pochi voti rispetto al primo classificato (l’ultima volta all’Università di Istanbul). Con la nuova legge le elezioni, che comunque sono diventate una farsa, vengono del tutto abolite. In futuro le università dovranno dipendere direttamente dal capo dello Stato. Questo è un esempio del fatto che Erdoğan non ritenga più necessario mantenere nemmeno una parvenza di democrazia.

Gli “Accademici per la pace” intanto hanno annunciato che l’azione si conclude con più di 2000 firme, e ringraziano i firmatari e i sostenitori. A questi appartengono anche numerose iniziative internazionali, che hanno pubblicato appelli e dimostrazioni di solidarietà.

Le conferenze dei rettori delle università di diversi paesi, anche quella tedesca, così come l’EUA (Associazione delle università europee), hanno preso posizione e redatto lettere in cui esortano il governo turco ad archiviare i processi e a garantire la libertà della ricerca e dell’insegnamento. È importante che i partner internazionali delle università prendano posizione e si attivino anche singolarmente. Alcuni rettori hanno già indirizzato delle lettere ai loro colleghi omologhi in Turchia; singole università (per esempio l’Università di Parigi 8) hanno pubblicato delle dichiarazioni sui propri siti web.

L’organizzazione Medico International e la Rete di ricerca critica sulle migrazioni e sui regimi di confine di Gottinga hanno promosso un appello dal titolo “Per il diritto di chiedere la pace in tempi di guerra”, nel quale gli accademici manifestano la propria solidarietà con i colleghi turchi. L’appello dice: “Chiediamo che le università e gli enti di ricerca di tutto il mondo diano il proprio sostegno ai colleghi turchi, al fine di consentire ai firmatari della petizione di continuare a insegnare, a fare ricerca e a esercitare i propri diritti in libertà”. I primi firmatari hanno nomi famosi, come Aleida e Jan Assmann, Homi Bhabha, Etienne Balibar, Noam Chomsky, Axel Honneth, Jacques Rancière e Gayatri Spivak. Si può firmare l’appello sul sito web di Medico International: https://www.medico.de/internationaler-appell-16370/ .

 

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