Senza una famiglia e senza soldi. L’appello dei comuni: urgente bisogno di famiglie affidatarie per profughi minorenni

Tags: rifugiati, crisi dei rifugiati, minori stranieri non accompagnati, diritti dell’infanzia, affidamento di minori, famiglie affidatarie, Germania

Tradotto dal tedesco da Translators for Justice
Fonte: http://www.migazin.de/2015/12/03/ohne-eltern-geld-kommunen-pflegefamilien/

di Leonore Kratz

3 dicembre 2015

Un giovane afgano ha trovato una nuova casa presso una famiglia tedesca. Una situazione temporanea, dato che adesso anche i suoi genitori sono riusciti a raggiungere la Germania. Il numero di minori che arrivano nel Paese e hanno bisogno di aiuto è in continuo aumento.

Per il signor Steffen Meyer (nome inventato) da Hannover la scelta di ospitare un profugo minorenne non accompagnato non è stata così ardua. “Sono un tipo legato alla famiglia e per me è fantastico poter stare a contatto coi giovani, che sono una vera fonte di arricchimento”, afferma il 52enne. A inizio anno uno dei suoi cinque figli ha lasciato la grande casa familiare, mentre allo stesso tempo si andavano intensificando le segnalazioni di profughi minorenni arrivati da soli, senza i genitori. Il signor Meyer e sua moglie hanno conosciuto il 15enne afghano Zubair (nome inventato) attraverso un’associazione di aiuto ai profughi. Non abbiamo esitato un attimo: “Ci prenderemo cura noi di questo ragazzo”.

Secondo i dati del Ministero tedesco per l’Immigrazione e i Rifugiati, il numero dei minori non accompagnati che arrivano in Germania è in continuo aumento; stando alle stime di alcuni esperti, il numero dei profughi minorenni raggiungerà quest’anno le 30 mila unità. Dagli inizi di novembre, i bambini e i giovani immigrati vengono distribuiti in tutta la Germania e non restano più, come avveniva sinora, nei Land tedeschi di frontiera.

Si fa sempre più urgente, dunque, il bisogno di famiglie affidatarie per questi ragazzi. È quanto hanno vissuto in prima persona anche il pastore Martin Rutkies e sua moglie Bianca. A settembre, quando la coppia di Barskamp, nei pressi di Luneburgo, si è recata presso l’Ufficio di assistenza ai minori competente per prendere in affidamento un minore, nessuno sapeva di preciso come accogliere la richiesta. “Siamo stati i primi a farci sentire”, afferma Bianca Herdejürgen-Rutkies. E poi di qui tanti moduli e lunghi tempi d’attesa. Tutto è cambiato nel giro di poche settimane, racconta il pastore. “Il processo burocratico si è andato snellendo sempre di più.”

Gli stessi politici ribadiscono continuamente che gli immigrati minorenni non accompagnati necessitano di un’assistenza particolare. Molti hanno subito dei traumi. Le loro sono storie toccanti, come quella di Fahrhad (nome inventato) dall’Afghanistan, fuggito dalla sua patria a soli 9 anni. I suoi genitori sono morti, mentre il fratello l’ha perso di vista durante la fuga, racconta. Farhad ha viaggiato per 8 anni, da solo, attraversando il Pakistan, l’Iran, la Turchia e infine la Grecia. “Quando sono arrivato ad Hannover non avevo più soldi ed ero sfinito”, racconta il ragazzo ormai 21enne.

Al suo arrivo ad Hannover quattro anni fa, Fahrad ha trovato sostegno e contatto presso una struttura residenziale. Le strutture di assistenza ai giovani rappresentano un’alternativa al soggiorno presso una famiglia che all’inizio è comunque sconosciuta. Tuttavia, con la situazione dei rifugiati che si fa sempre più drammatica cresce anche l’impegno sociale dei privati cittadini.

Accogliere un rifugiato minorenne non accompagnato richiede una buona preparazione, sottolinea Rainer Müller-Brandes, pastore della diaconia di Hannover. L’opera caritatevole di Hannover non solo funge da mediatrice per le famiglie ospitanti, ma fornisce a queste ultime assistenza durante il loro percorso: ad esempio in caso di difficoltà con l’educazione o in materia di diritto di soggiorno. “È fondamentale non abbandonare le famiglie in queste situazioni”.

Che il percorso non sia privo di ostacoli, lo ha sperimentato lo stesso Steffen Meyer. All’inizio con Zubair era tutto molto tranquillo: andava a scuola, giocava a calcio e migliorava il suo tedesco: “La lingua si trasmette molto rapidamente all’interno di una famiglia”. Il giovane 15enne, tuttavia, ha sempre mantenuto una certa distanza interiore, afferma Steffen. Con lo smartphone Zubair si teneva in stretto contatto con i genitori. Riceveva consigli da loro, vedeva sua mamma piangere. “Era come se a tavola con noi ci fosse anche la sua famiglia.”

Nel frattempo i genitori di Zubair sono arrivati in Germania e Meyer, assieme al ragazzo, è andato a trovarli durante la prima accoglienza. Lui e sua moglie sono consapevoli che un giorno Zubair li lascerà. “Chi decide di prendere in affidamento un minore, deve accettare l’idea di non sapere per quanto tempo”. Non si pente di aver offerto a Zubair una casa; i Meyer stanno già pensando di accogliere un altro bambino profugo. “Tutta la cultura e la lingua che gli abbiamo trasmesso non potrà mai togliergliela nessuno.” (epd/mig)

 

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