Il piccolo villaggio in Libano che accoglie più rifugiati della Gran Bretagna

Traduzione dall’inglese: Translators for Justice

Fonte: http://newint.org/features/web-exclusive/2015/10/15/lebanese-village-takes-more-refugees-than-britain/

15 ottobre 2015

Dopo quattro anni di guerra in Siria, una persona su quattro in Libano è un rifugiato siriano.

Un villaggio ospita 5000 siriani, più di quanti il Regno Unito abbia promesso di accoglierne in un anno. Il racconto di Michaela Whitton.

“Quindi tu sostieni la causa siriana?” Chiede con tono aggressivo Michel, tassista di Beirut, mentre sfreccia per le strade della capitale libanese. In apparenza incurante dell’ambiguità della sua reazione a una semplice richiesta di citazione, la filippica xenofoba di Michel finisce per incolpare i siriani di tutti i problemi del Libano, evidenziando le crescenti tensioni in questo paese sopraffatto.

Grande quanto la regione inglese del North Yorkshire, il Libano, bellissimo ma dolorante, si sta ancora leccando le ferite della guerra. Sei famiglie su dieci possiedono un’arma automatica e alcune aree sono segnate da scarsità d’acqua e tagli all’elettricità.

Con un costo della vita esageratamente alto, un’infrastruttura fragile e a malapena capace di badare alla sua variegata popolazione di 4 milioni di persone, il Libano ospita più di un milione di rifugiati siriani ufficialmente registrati. Si crede che il numero reale sia ancora più alto e, diversamente che in Giordania e in Turchia, non ci sono campi allestiti e per lo più sono i civili a provvedere agli aiuti.

Durante la sua fugace visita a un campo vicino al confine siriano nel mese di settembre, il Primo Ministro britannico David Cameron ha affermato che con gli 1,55 miliardi di dollari dati in aiuto dalla Gran Bretagna alla regione si è riusciti a garantire che solo il 3% degli undici milioni di rifugiati siriani abbiano trovato rifugio in Europa.

Millantare che il Regno Unito sia il secondo maggiore donatore della regione sarà una magra consolazione per i siriani senzatetto che dormono nelle strade di Beirut o per le sorelle nel campo rifugiati di Shatila, costrette ad alternarsi ad andare a scuola poiché devono dividersi un paio di scarpe.

Ketermaya

Con una popolazione di 15 000 persone e una superficie di 2,8 ettari, il villaggio montuoso di Ketermaya, ad appena due ore dal confine siriano, è un microcosmo della crisi del Libano. Il dottor Bilal Kasem, che ricopre il ruolo di dentista e insieme di sindaco del villaggio, mi spiega che il regolare flusso di rifugiati dal 2011 ha raggiunto oggi all’incirca le 5000 persone. Più di 400 famiglie sono ospitate proprio nel villaggio, di cui più di 50 in tendopoli improvvisate.

Il dottor Kasem sottolinea il peso che grava sulle già scarse risorse del villaggio e sul mercato del lavoro. “Per esempio, c’erano 3 o 4 barbieri, ora ce ne sono 7 o 8” afferma. Mentre donazioni di denaro, cibo e vestiti sono distribuite tra i rifugiati, lui cura l’80% dei pazienti gratuitamente. “Loro sono già in stato di bisogno e sarebbe terribile per me farli pagare” dice con un sospiro.

“Non possiamo fare tutto noi”

Situato su una collina ricoperta di olivi e alberi di fico, il campo rifugiati di Katermaya è dimora di più di 50 famiglie provenienti dai centri della Siria colpiti dalla guerra: Aleppo, Homs e Damasco. Tre anni fa, dopo che il villaggio si è saturato, il proprietario terriero Ali Tafish ha donato la sua terra per ospitare chi era in sovrannumero. Il premio per il suo sforzo è stata un’indagine delle autorità libanesi e la confisca del passaporto.

Mentre una donna siede all’ombra degli olivi e altre danno da mangiare ai neonati, Tafish mi spiega che tutti nel campo hanno perso qualcuno e che ci sono molti orfani. Ogni famiglia fino a 10 persone ha una tenda di legno e plastica e 10 bagni sono condivisi da 400 persone e più. “Non è abbastanza” aggiunge, “ci sono persone in fila ogni giorno”.

Tafish accoglierebbe più rifugiati se potesse, ma il campo è strapieno. Prevedendo un aspro inverno, carenza di denaro per il combustibile e i fornelli che andrebbero sostituiti, Tafish è oberato e sostiene che le Nazioni Unite non fanno visita da due anni. “Loro hanno le macchine e i palazzi migliori, la gente invece non ha nulla. Sono dei ladri, tradiscono la nostra fiducia” aggiunge.

Dipendendo da donazioni di privati, rifornisce il campo con riso e verdure ma non carne. Rivendica che il 70% delle famiglie non riceve i 13 dollari al mese che spetterebbero ai rifugiati riconosciuti dall’ONU per il cibo. “Con 13 dollari si riesce a compare a malapena la colazione” aggiunge, “è un problema di corruzione e i paesi benefattori non hanno controllo sui loro soldi”.

Sebbene frustrato, Tafish non ha rimorsi. Sostiene di farlo per umanità: “È una cosa che non vediamo nell’ONU, non abbiamo l’impressione che a loro importi qualcosa dell’umanità, si vergognino”.

Discutendo delle difficoltà affrontate dai siriani per avere accesso al sistema sanitario, Tafish spiega che gli ospedali non sono in grado di gestire la situazione e curano solo i casi più semplici. “L’ONU ha abbastanza denaro per costruire ospedali riservati a soli siriani; non hanno bisogno di affidarsi agli ospedali del Libano” dice Tafish.

Tafish è grato di parlare a un pubblico europeo. “Ecco quello che desidero dire all’Unione Europea: in Libano abbiamo 1,6 milioni di rifugiati, senza contare quelli non registrati. Il nostro Paese ha un debito di 80 miliardi di dollari e la nostra economia è rovinata. Non abbiamo entrate se non dal turismo, che la guerra in Siria ha bloccato.”

Irremovibile nella convinzione che se i Paesi confinanti con la Siria fossero supportati, le persone ci resterebbero, si domanda dove sia stata l’Unione Europea durante i quattro anni in cui il Libano è “annegato nella crisi.”

Infuriato dalla scarsità di persone venute in visita per rendersi conto delle difficoltà del Paese, aggiunge: “È triste vedere come l’UE, con tutte le sue ricchezze, stia lì a discutere su come distribuire poche migliaia di rifugiati. E’ una vergogna!”.

Pensando alla prospettiva di un’aggravata destabilizzazione del Libano, Tafish è preoccupato: “Immaginate di avere un bambino da sfamare senza possederne i mezzi. O il bambino muore o tu sei costretto a rubare dalle persone più vicine, i libanesi. È compito dell’UE e dell’ONU mettere fine a questa situazione prima che ci siano problemi veri”.

Aggiunge che “è importante che le persone non arrivino a patire la fame, perché questo creerebbe problemi. Non possiamo dar loro tutto, facciamo quello che Dio ci dona, ma non possiamo fare tutto noi”.

“Potete aiutarci?”

Dopo che un missile del governo ha distrutto la sua casa, la 35enne Sanaa è fuggita dalla Siria per vivere con sua madre a Beirut. Quando sua madre è morta di cancro, la sua famiglia di 10 persone è stata sfrattata e, dopo aver dormito su una spiaggia per tre notti, una donna l’ha trovata e condotta a Ketermaya.

Seduta sul pavimento della tenda a due posti, mentre dà da mangiare a sua figlia più piccola, Sanaa descrive la sua vita nel campo come una tragedia: “In inverno è molto difficile, con i malori e senza elettricità. Non abbiamo nemmeno vestiti o scarpe invernali” spiega.

La scatola mensile di prodotti alimentari di base, donata dalla Croce Rossa, dura due settimane nella sua famiglia e la preoccupazione più grande di Sanaa è procurarsi pannolini e latte per la sua bambina di 18 mesi. Mentre qualcuno degli otto figli di Sanaa frequenta la scuola di fortuna allestita nel campo, l’educazione scolastica per la sua figlia più grande è finita quando sono scappati dalla Siria.

I bambini parlano tutto il tempo di violenza. Dopo aver visto la loro casa distrutta, Noor ha perso i capelli. Sebbene sia grata per il supporto delle altre donne nel campo, Sanaa si dice esausta e vorrebbe viaggiare per dare ai suoi figli un futuro migliore.

“Potete aiutarci?” chiede.

“Non abbiamo niente a cui ritornare”

Mentre sto andando via, un gruppo di donne insiste perché fotografi Hadia, che è appena stata informata che un attacco aereo russo ha ucciso suo figlio, sua moglie – entrambi erano paramedici e trasportavano le persone all’ospedale – e il loro nascituro.

“I russi sono convinti di uccidere terroristi. Chi stanno uccidendo oltre ai nostri figli?” grida una donna. Un’altra descrive la sua vita in Siria come “un paradiso” e dice che lì conduceva una vita “invidiabile”. Costrette a lasciarsi tutto indietro, tutte concordano che la vita nel campo è umiliante. “Se anche tornassimo indietro vivremmo in queste tende. Non abbiamo niente a cui ritornare. Ma è comunque più rassicurante fare ritorno al proprio Paese anziché vivere come uno straniero” aggiunge un’altra donna.

 

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