Tra pseudonimi e indipendenza: il giornalismo in Iran

Traduzione dall’inglese: Translators for Justice
Fonte: http://www.wefightcensorship.org/es/node/186html.html

Recentemente il sito di informazione iraniano Khabarnegaran.info ha pubblicato un articolo di Nikki Azad intitolato “I giornalisti adulatori del governo”, in cui si condanna la mancanza di neutralità di una parte dei media iraniani dopo l’elezione del presidente Hassan Rouhani. Nikki Azad non è il vero nome dell’autore: i giornalisti di Khabarnegaran utilizzano degli pseudonimi per poter continuare a esprimere in piena libertà la propria opinione.

Fondato nel 2009, Khabarnegaran è un quotidiano online indipendente diretto da giornalisti residenti in Iran che si propone di documentare la vita quotidiana dei giornalisti iraniani e le persecuzioni e gli abusi ai quali sono esposti costantemente. Oggi è una delle principali fonti informative sul giornalismo in Iran. Lo staff ha deciso di ricorrere agli pseudonimi per poter continuare a scrivere liberamente ed evitare così ulteriori persecuzioni.

Nell’articolo “I giornalisti adulatori del governo”, Nikki Azad condanna la tendenza di numerosi giornalisti a idealizzare il nuovo governo. Giornalisti citati nell’articolo quali Ali Asgar Rameznapour e Jilatous Banyaghoub accusano i media iraniani di troppa accondiscendenza. Rameznapour è stato costretto a rifugiarsi all’estero mentre a Banyaghoub, dopo esser stata incarcerata, è stato vietato l’esercizio dell’attività giornalistica per 30 anni.

L’Iran è uno dei Paesi più autoritari di tutto il mondo per quanto concerne il giornalismo e la libertà di informazione. Il regime mette in atto misure di censura, sorveglianza e persecuzione per tenere sotto controllo i media e restare al potere.

L’Alto Consiglio per la Sicurezza Nazionale iraniano e altre autorità di regolamentazione quali il Ministero della Cultura e della Guida Islamica, nonché la procura di Teheran hanno imposto il divieto di usare pubblicamente i nomi di dissidenti politici, giornalisti incarcerati o che hanno abbandonato il Paese. Senza la loro anonimità, i giornalisti di Khabarnegaran non avrebbero mai potuto pubblicare questo articolo, in cui sono citati i nomi di Rameznapour e di Banyaghoub.

Al momento in Iran sono in carcere 20 giornalisti e 22 netizen.

GIORNALISTI DIVENTATI ADULATORI DELLE DECISIONI DEL POTERE (ESTRATTI)

Uno sguardo rapido alla stampa è sufficiente per capire qual è la posizione politica dei quotidiani iraniani.

I quotidiani riformisti riportano numerose foto del nuovo presidente in carica e del suo gabinetto, accompagnate spesso da articoli adulatori. La probabilità di trovare articoli critici è quasi pari a zero. I quotidiani che sostengono i partiti conservatori, invece, riportano articoli diffamatori e pieni di rabbia.

Qual è il ruolo dei giornalisti in un’epoca di sconvolgimenti nelle camere del potere politico? Lodare le nuove istituzioni o istigare all’odio nei loro confronti? Oppure informare l’opinione pubblica monitorando accuratamente l’operato del governo?

Fino a che punto i giornalisti iraniani rispettano gli standard e l’etica giornalistici, in particolar modo in periodi di cambiamenti politici come quello attuale? Tendono in determinate fasi a seguire principi propri? Dovrebbero aderire a quei principi ormai consolidati, come fanno i giornalisti nel resto del mondo?

Lo chiediamo ad alcuni giornalisti iraniani esperti su queste tematiche, in Iran e all’estero.

Il giornalismo deve essere libero dall’adulazione e dalla violenza

In alcuni giornali riformisti, i complimenti e le lusinghe sono diventati talmente comuni che alcuni politici e liberi cittadini hanno cominciato a opporsi a tale tendenza. Al contrario, i toni usati dai giornali conservatori sostenitori dello Stato si sono fatti più aggressivi. Un utente di Facebook pubblica sulla sua pagina il seguente commento: “Mi riferisco in particolar modo ai giornalisti. Regna un’atmosfera monotona che ci impedisce di esprimere qualsiasi tipo di critica su Rouhani. Ancora una volta saremo schiacciati dall’idolatria, di cui spesso i principali fautori sono i media”.

“Il ruolo principale del giornalista è quello di far circolare le informazioni, e di farlo in un modo che sia più rapido, dettagliato ed esaustivo di quanto non possano fare altri”, afferma Reza Veysi, un reporter di Radio Farda.

“Non è compito del giornalista adulare o istigare all’odio nei confronti di chi è al potere, una pratica forse tipica dei propagandisti politici, ma sicuramente non dei giornalisti”, aggiunge.

L’autocontrollo professionale come mezzo per contrastare l’adulazione o l’odio:“Ai cambiamenti politici sono sempre seguiti cambi nei toni da parte di alcuni giornali iraniani”, afferma il giornalista iraniano Ali Asghar Ramezanpour. “È un destino al quale è condannato il giornalismo iraniano. Con l’elezione del presidente Rouhani, i quotidiani conservatori hanno assunto toni più taglienti, mentre quelli riformisti toni più diretti. Questi cambiamenti, che sono intrinsechi alla natura stessa del giornalismo iraniano, porteranno con sé due trasformazioni: retoricità e polemicità nella scelta dei temi, violenza nel linguaggio”, spiega Ramezanpour. “E la prima prova evidente di queste due tendenze è rappresentata dal giornalismo della Rivoluzione Costituzionale”, aggiunge.

Ramezanpour considera il giornalismo come una componente imprescindibile del contesto sociopolitico, dal quale non può essere dissociato. “Abbiamo il dovere di istruire e informare i giornalisti iraniani sul loro comportamento, in modo da poter esercitare una certa influenza lontano dai toni faziosi”, afferma. “Non dimentichiamo, tuttavia, che per far ciò è indispensabile garantire l’associazionismo politico e la libertà di espressione”, sottolinea Ramezanpour.

“La storia ha insegnato ai giornalisti iraniani che l’imparzialità, nel giornalismo, genera due effetti indesiderati: in primo luogo non saranno in grado di raggiungere un pubblico di lettori entusiasti in cerca di apertura; in secondo luogo saranno esclusi dalla formazione dei gruppi delle istituzioni al potere, che nascondono i propri programmi politici dietro il velo dei media” ha spiegato.

L’occhio vigile del giornalista sul potere politico

“È da un po’ di tempo che osservo i toni lusinghieri di alcuni miei colleghi che esprimono ammirazione per il governo e le personalità al potere. Mi chiedo: ma il giornalismo non dovrebbe vigilare su chi è al potere?”, afferma la giornalista iraniana Jila Baniyaghoob, arrestata dalle autorità del governo e condannata a 30 anni di esclusione dall’attività giornalistica.“Alcuni miei colleghi credono di dover sempre esultare per il presidente che hanno eletto e di dover sempre lodare il suo comportamento e il suo operato. Mi sembrano quasi più impegnati nelle pubbliche relazioni del presidente e dei suoi ministri”, ha criticato.

“Vorrei tanto dire loro che è finita. Lo avete votato il giorno delle elezioni, e adesso siete di nuovo giornalisti. La gente si aspetta qualcosa di diverso da voi nei media” spiega la giornalista. Baniyaghoob critica i suoi colleghi in Iran per la loro ammirazione nei confronti del Ministro degli Esteri Javad Zarif, raramente criticato dai media. “Quando ad esempio l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto a Zarif della situazione dei diritti umani in Iran, in un certo senso ha messo in dubbio l’articolo di Ahmad Shahid su tale argomento,” spiega Baniyaghoob, “tuttavia, quasi nessun giornalista ha chiesto al ministro se davvero in Iran non si verificano violazioni dei diritti umani”.

 

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