La guerra di Ankara alla pace

Traduzione dall’inglese: Translators for Justice
Fonte: https://www.opendemocracy.net/zeynep-gambetti/ankara’s-war-on-peace

17 ottobre 2015

Zeynep Gambetti

Funzionari dello Stato hanno insinuato che i curdi potrebbero essersi fatti esplodere di proposito. Il termine “terrorismo”, ormai quasi sacro, viene usato ai giorni nostri per tenere a freno la volontà e la capacità di resistere a pratiche arbitrarie.
La serie openMovements del progetto openDemocracy, che si propone di fornire una prospettiva empirica e critica sui movimenti e sulle nuove espressioni che caratterizzano le trasformazioni sociali e culturali del mondo odierno, invita i sociologi a condividere i risultati delle proprie ricerche e i propri punti di vista sui conflitti della società contemporanea.

Il 10 ottobre uno degli attentati più letali della storia della Repubblica di Turchia ha scosso l’opinione pubblica sia nazionale che internazionale. Le immagini e i video di persone coperte di sangue, colpite da gas lacrimogeni lanciati dalla polizia durante una manifestazione pacifica ad Ankara sono state senza dubbio spaventose e agghiaccianti. Eppure lo spettacolo di questa tremenda carneficina può fornire solo una vaga idea della complessità della ferita inflitta dall’attentato alla società turca.

Le generazioni più giovani hanno affermato che sono stati gli eventi di Gezi dell’estate 2013 (Occupy Gezi) a spingerli alla mobilizzazione e alla consapevolezza politica. Il 2013 è stato l’anno delle grandi speranze, non solo per il ritorno della società civile alla politica, ma anche per la nascita di un nuovo partito politico, il Partito Democratico del Popolo (HDP), guidato prevalentemente da curdi di Turchia, che si proponeva di riunire sotto di sé numerosi gruppi marginalizzati. Due anni dopo, nonostante un breve momento di euforia seguito alle elezioni parlamentari del 7 giugno, prevalgono sconforto e pessimismo. Questo perché il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), attualmente al governo, utilizza tattiche illegali per confiscare o soggiogare modalità alternative di impegno politico. Per quanto concerne i movimenti di dissidenza e l’opposizione parlamentare, la maggior parte dei tentativi di dar voce alle richieste dei cittadini o di denunciare irregolarità viene ostacolata da manovre subdole che oscillano tra l’utilizzo di scappatoie legali e l’oppressione palese.

La marginalizzazione del dissenso

La tattica più insidiosa implica l’uso costante del termine “terrorismo”. L’organizzazione di guerriglia armata curda (PKK) e le frazioni di estrema sinistra sono già state etichettate dalla Turchia e dai suoi alleati occidentali come organizzazioni “terroristiche”, ma ora il governo dell’AKP utilizza tale titolo per bandire e stigmatizzare anche il movimento Gülen (ex alleato islamico del partito), il movimento Occupy Gezi, il Partito Democratico del Popolo (partito attualmente in parlamento) e gli innumerevoli giornalisti e personaggi della società civile che osano esprimere dissenso. Alcuni funzionari di Stato hanno addirittura messo in dubbio l’identità dei colpevoli dell’attentato ad Ankara, insinuando che i curdi si siano fatti esplodere di proposito per ottenere qualche voto in più. Una volta divenuto di dominio pubblico che l’attentatore era affiliato all’ISIS, per confondere le acque, è stata messa in giro la voce che il PKK stesse collaborando con l’organizzazione terroristica. Cinque giorni dopo l’attacco, il governo ha imposto un veto mediatico sugli eventi di Ankara, vietando di fatto “la pubblicazione di ogni tipo di notizia, intervista, critica e simili tramite i mezzi di comunicazione cartacei e visivi o su Internet e i social media.”.

La risposta del governo all’attentato di Ankara, che è costato la vita a più di cento persone, riporta alla memoria gli eventi degli anni ‘90, il periodo più buio della guerra a bassa intensità contro i curdi in Turchia. Contrariamente a quanto spesso afferma, l’AKP sta innegabilmente esercitando un potere statale autoritario, che purtroppo in Turchia vanta una lunga tradizione. Tutte le lotte e iniziative potenzialmente in grado di decentralizzare l’apparato statale per dare spazio alle varie appartenenze linguistiche, etniche, religiose e ideologiche non corrispondenti alle rappresentazioni ufficiali dell’“identità turca” sono state severamente represse nel corso della storia della Repubblica. Negli anni ‘90 il paese venne letteralmente diviso in due: da un lato i curdi, che vivevano nei territori a Sud-est del Paese in uno stato di emergenza che conferiva alle autorità locali poteri straordinari e consentiva alle forze armate turche di perpetrare omicidi, incarcerazioni, censure ed evacuare villaggi. Dall’altro l’opinione pubblica nel resto del paese, che fu portata a credere che la questione curda fosse il risultato del tradimento di una banda di terroristi, la cui eliminazione era l’unico mezzo per risolvere il problema.
Il termine “terrorismo” e la complicità degli organi di stampa tradizionali hanno efficacemente nascosto la complessità della situazione a gran parte dell’opinione pubblica per più di un ventennio. La confessione del famoso giornalista turco Hasan Cemal qui riportata è illuminante in tal senso:

“In Turchia né i giornalisti né la stampa hanno svolto il proprio dovere nei confronti della comunità curda o della questione del Sud-Est. Il numero di quelli che l’hanno fatto rimane molto ridotto. Lo ammetto: da laureato in scienze politiche non sapevo cosa fosse il ‘problema curdo’. Solo quando il PKK si è affacciato sulla scena politica ho iniziato a capire… Se allora avessimo potuto denunciare la tremenda prigione militare di Diyarbakır nella quale venivano perpetrati crimini contro l’umanità… forse alcune cose sarebbero andate diversamente in Turchia.”

Una breve storia del termine “terrorismo”

Nel corso della storia il termine “terrorismo” è andato assumendo moltissime connotazioni, diverse da quelle che gli attribuiamo oggi. Il termine risale alla Rivoluzione Francese, quando lo si usava in riferimento al terrore indotto dallo Stato, con Robespierre che attuò una vera e propria caccia alle streghe tra i suoi stessi commilitoni. Gli oppositori della Russia zarista, invece, “democratizzarono” il termine, associandolo alla popolazione che, per manifestare resistenza nei confronti del regime assolutistico, poteva solamente creare scompiglio nella quotidiana sottomissione disseminando paura e terrore.

La resistenza francese era considerata “terroristica” dai nazisti e dai loro collaboratori. Il bombardamento dell’hotel King David di Gerusalemme nel 1946 per mano di un gruppo sionista clandestino è stato un esempio dell’impiego di tattiche terroristiche per rovesciare i poteri colonizzatori e imperialisti. Con il passare del tempo, però, tutte queste connotazioni sono state dimenticate. Il termine “terrorismo” è venuto a indicare una minaccia al monopolio di Stato sugli strumenti della violenza e che richiama la prerogativa del potere esecutivo, ovvero il diritto di uno Stato di scavalcare i processi decisionali democratici per decidere quali azioni implementare per eliminare efficacemente la minaccia.

Nella storia recente un esempio di questo tipo è la “guerra al terrorismo” da parte degli Stati Uniti, come pure l’attuale inasprimento delle azioni del governo turco contro i curdi e altri avversari. Ciò che questi due esempi hanno in comune è il pretesto fornito dal termine “terrorismo” per trascurare i diritti e le libertà fondamentali. Non che queste siano sufficienti per proteggere le persone di fronte alle prerogative del governo, ma possono servire come “armi discorsive” per essere utilizzate dai gruppi e dai movimenti sociali nelle lotte di resistenza a tutte le forme di potere totalizzanti. Il termine “terrorismo”, ormai quasi sacro, viene usato ai giorni nostri per tenere a freno la volontà e la capacità di resistere a pratiche arbitrarie.

La proposta di legge sulla sicurezza

In Turchia la produzione seriale di cadaveri ha raggiunto un livello critico tra giugno e metà ottobre: 694 vittime, delle quali più di 200 non facevano parte né delle forze di sicurezza dello Stato né della guerriglia curda. Le bombe hanno ucciso e mutilato in tre cortei pacifici a Diyarbakır, Suruç ed Ankara. I metodi e le tecnologie impiegati in tutti e tre gli attentati sono gli stessi e rendono assolutamente plausibile la matrice “terroristica”. Ma c’è di più. L’equazione “PKK=terroristi=HDP” è stata insistentemente ripetuta ed imposta all’opinione pubblica da marzo, da quando il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha iniziato a criticare pubblicamente il piano per la pace negoziato tra il governo e il partito HDP.
In contrasto stridente, la lettera di Abdullah Öcalan, leader incarcerato del PKK, è stata letta pubblicamente davanti a una vasta folla di curdi riunitisi il 21 marzo per gli annuali festeggiamenti del Newroz (il Capodanno curdo). Prendendo il processo di pacificazione molto seriamente, Öcalan si è appellato ai guerriglieri per tenere una conferenza e discutere la prospettiva di deporre le armi. Andando contro il suo stesso partito, il presidente Erdoğan si è anche opposto alla creazione di un comitato che sovrintendesse i negoziati di pace e ha negato l’esistenza di un “problema curdo” in Turchia. Erdoğan è stato a sua volta criticato dal vice primo ministro per essersi intromesso in questioni di competenza del governo.

Ma il governo ha presto ceduto alla voce del presidente. L’AKP ha “casualmente” omesso il processo di pace dal suo programma elettorale. Ad aprile, la maggioranza parlamentare dell’AKP ha votato una draconiana proposta di legge sulla sicurezza che permette perquisizioni complete e periodi di detenzione di 48 ore. Essa ha inoltre accordato alla polizia il permesso di utilizzare armi da fuoco e di “rimuovere” i manifestanti dai cortei per trasferirli in sedi non specificate (non necessariamente le questure di polizia). Questa proposta di legge ha sostanzialmente trasformato ogni protesta pubblica in un “atto terroristico”. Il primo ministro Davutoğlu ha inoltre definito il partito filo-curdo HDP un “gruppo dedito alla violenza, un gruppo dedito al terrore”, mentre Erdoğan ha affermato che l’HDP era “finanziato da terroristi”. Le accuse sono state mosse nel periodo in cui l’HDP si stava preparando a competere nelle elezioni parlamentari, presentandosi come un partito politico che prometteva pace, democrazia partecipata, parità di genere, libertà di espressione, di coscienza e di orientamento sessuale. A maggio sono stati denunciati 56 attacchi alle sedi dell’HDP in tutto il Paese, alcuni dei quali sono stati appoggiati dalle autorità locali nominate dall’AKP.

Una “guerra al terrorismo” selettiva

Tutto ciò dimostra che l’AKP ha iniziato a prepararsi a “combattere il terrorismo” ben prima delle elezioni parlamentari del 7 giugno, nelle quali l’HDP ha ottenuto il 13,2% dei voti, e quindi 80 seggi in parlamento. Stranamente però, una simile logica preventiva non è stata applicata all’ISIS. Nei mesi precedenti (le elezioni), l’AKP ha infatti respinto una mozione parlamentare per avviare un’indagine riguardante le attività dell’ISIS in Turchia. Poiché è ormai praticamente certo che gli attentati a Diyarbakır, Suruç e Ankara siano stati opera dell’ISIS, una tale omissione pare ancor più sospetta. La falsità del governo, che a parole si dice pronto a una riappacificazione con i curdi residenti in Turchia mentre dal 2014 assume un atteggiamento estremamente ostile nei confronti dei curdi siriani che combattono l’ISIS, è indicativa di come l’AKP si sia venuto a trovare tra due o più fuochi. Il Partito siriano dell’Unione Democratica (PYD), che sostiene il PKK, è stato decisivo per la cacciata dell’ISIS da alcuni territori a Nord della Siria e per la creazione dell’enclave curda autonoma di Kobane. Il governo, quindi, è stato messo alle strette sia dai giochi geopolitici che da quelli elettorali.

Gli analisti sia turchi che stranieri si sono principalmente concentrati su come i negoziati di pace si siano interrotti dopo che, a seguito del massacro di Suruç, il PKK ha dichiarato che avrebbe ripreso le sue azioni armate. Il PKK ha senza dubbio sopravvalutato le proprie possibilità di cavalcare l’ondata rivoluzionaria proveniente da Kobane per dichiarare autonome le province turche popolate da curdi. Il supporto degli Stati Uniti al partito PYD ha senza dubbio contribuito a quest’errore di valutazione. In ogni caso, istigando una rivolta armata, il PKK ha gettato ombra sulla vittoria elettorale dell’HDP.

Tuttavia, ciò che spesso passa inosservata è la riluttanza del governo a far funzionare il nuovo parlamento. Avendo superato la soglia elettorale del 10% − una delle misure più antidemocratiche della Costituzione del 1982 redatta sotto l’egida dei generali responsabili del colpo di Stato dello stesso anno − l’HDP aveva intenzione di riprendere i negoziati di pace e di istituire commissioni d’inchiesta sui massacri, le esecuzioni e le sparizioni della storia contemporanea recente. Attraverso mosse legali ma ampiamente illegittime, l’AKP, che rimane comunque il partito più numeroso in parlamento, ha bloccato i negoziati con l’intento di formare una coalizione ed indire elezioni a sorpresa per il primo novembre.

Da allora si è registrato un violento aumento della violenza dello Stato contro i dissidenti sia curdi che turchi. La cosiddetta “guerra al terrorismo” si è letteralmente trasformata in una guerra contro intere città o quartieri nel Sud-est della Turchia. A Cizre, che non è la prima né sarà l’ultima città a subire un assedio militare e il coprifuoco, l’accerchiamento è durato ben otto giorni. Vittime dei cecchini e dei colpi di mortaio sono stati perlopiù civili, e tra loro molti bambini. Gli abitanti delle città sotto assedio hanno sofferto la mancanza di acqua e cibo; per giorni e giorni non sono stati disponibili l’elettricità, le telecomunicazioni, le medicine e i servizi sanitari. A tutto ciò sono seguiti arresti in massa, decine di raid in abitazioni e sedi di quotidiani e numerose denunce nei confronti di presunti “terroristi”. Nel frattempo, nella notte dell’8 settembre, 128 sedi dell’HDP sono state attaccate da quella che può definirsi una folla ultra-nazionalista, sebbene ci siano prove che abbiano partecipato anche gruppi giovanili affiliati all’AKP.

La Turchia tra due poli

Questa spirale di violenza e di accuse reciproche ha diviso la società turca, forse non in modo così accentuato come negli anni ‘90, ma comunque in modo profondo. La differenza tecnologica rispetto ad allora fa sì che i social media rendano possibile la circolazione di notizie ed opinioni che i mass media tradizionali censurano. Le immagini di civili o guerriglieri curdi feriti o uccisi, i rapporti redatti dalle organizzazioni a tutela dei diritti umani e le idee espresse dall’opposizione ora possono circolare, e questa è la ragione per cui spesso l’AKP blocca i social media. Che poi i social media aiutino effettivamente ad attenuare questa polarizzazione è ancora da dimostrare. L’odio etnico (i curdi vengono definiti “cani”, “bastardi” e addirittura “armeni”), la disinformazione e la diffamazione sono tanto diffusi in rete quanto sulla stampa e in televisione.

Questo è uno dei motivi per i quali numerose associazioni dei lavoratori e molti partiti politici hanno organizzato il corteo del 10 ottobre ad Ankara. Voleva essere un tentativo per chiedere la pace a gran voce. Doveva essere un’occasione in cui i sostenitori della pace avrebbero potuto mostrare il loro volto concreto e manifestare la propria solidarietà alla popolazione curda e sperare di convincere il governo a smettere di reprimere l’opposizione. In un meschino scherzo del destino, centinaia di vite sono state distrutte quel giorno, così come la convinzione di chi credeva che fosse ancora possibile influenzare i sentimenti nazionalisti induritisi in una parte della popolazione turca.

La ferita che l’attentato di Ankara ha inflitto alla società si è manifestata in modo eclatante alla partita di calcio Turchia-Islanda due giorni dopo il massacro. Quando, prima dell’inizio della partita, è stato annunciato un minuto di silenzio in ricordo delle vittime dell’attentato, alcuni tifosi hanno protestato fischiando e intonando il coro: “I martiri sono immortali; la nostra terra è indivisibile.” Alludevano allo slogan più famoso della “lotta turca contro il terrorismo”, secondo il quale i soldati che muoiono combattendo il PKK sono “martiri”, mentre ai curdi non verrà permesso di dividere il paese. Tim Arango del New York Times scrive: “Nulla al momento sembra poter unire il popolo turco, nemmeno un momento di lutto o di trionfo da condividere”.
Ovviamente i tifosi stavano avvalorando l’equazione ufficiale “PPK=terrorismo=HDP”, solo che questa volta nell’equazione erano stati inclusi gli attivisti e coloro che avevano manifestato per la pace. È come se avessero in mente il binomio “pace=terrorismo” in un modo che ricorda molto 1984 di George Orwell.
Ancora peggio, è come se le vittime di Ankara fossero responsabili della loro stessa morte. È questa la prova evidente di un trauma sociale profondo. Ma può davvero sorprendere il fatto che nei cuori e nelle menti dei cittadini alberghi una tale confusione, quando uno Stato assedia le sue stesse città e semina terrore tra la sua stessa popolazione? Le prospettive sono cupe per davvero.

Informazioni sull’autrice

Zeynep Gambetti è professoressa associata di teoria politica alla Boğaziçi University di Instanbul dal 2000. Recentemente ha curato con Joost Jongerden il libro The Kurdish Issue in Turkey: a spatial perspective (Routledge: 2015). Tra i suoi lavori è imminente la pubblicazione di un volume curato insieme a Judith Butler e Leticia Sabsay dal titolo Rethinking Vulnerability: Towards a Feminist Theory of Resistance and Agency (Duke University Press, 2016).

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