I confini dell’Europa. Impronte digitali in Ungheria

16.04.2014
Tradotto dal tedesco da Translators for Justice
Fonte: http://www.migazin.de/2014/04/16/fingerabdruecke-in-ungarn/
Questa è la storia di un’amicizia tra due ragazzi afghani. È una storia che dimostra quanti confini possa improvvisamente avere l’Europa per persone che, come Mehrzad e Ali, non vi appartengono.

Karl Grünberg

L’autobus si ferma, è la penultima fermata, poi non si è più a Berlino. Mehrzad, 19 anni, e Ali, 25, stanno tornando a casa da un corso di tedesco, per il quale devono viaggiare un’ora e mezza attraverso la città. Ridono per qualcosa vista sullo smartphone mentre si dirigono verso il palazzone immerso nell’oscurità. Al terzo e al quinto piano, dalle finestre aperte, brillano le sigarette accese. Dall’interno proviene il rumore delle luci al neon. Non c’è nessun nome sulle porte, solo numeri. I ragazzi ne aprono una ed entrano nella loro nuova casa “a tempo determinato”: due letti, un tavolo, un armadio vuoto e un tappeto. Punto. Le scarpe fuori. Nove mesi fa si sono conosciuti in un centro di accoglienza per profughi e ora vivono insieme.

“È ok”, dice Mehrzad parlando dell’appartamento. Ha lineamenti delicati; le sue gambe magre sono infilate in un paio di jeans a sigaretta, di quelli tanto di moda oggi. Il suo cellulare suona con la suoneria di Subway Surfer, un gioco per smartphone altrettanto di moda, nel quale il giocatore aiuta lo scapigliato protagonista a sfuggire alla polizia ferroviaria attraverso gallerie e binari. Basta passare il dito sullo schermo per passarla liscia. Anche Mehrzad è stato in fuga, anche lui dalla polizia. Da quella iraniana, turca, ungherese, serba e tedesca. Se nel gioco si finisce in prigione, è sufficiente usare una chiave e con un “puff” si è di nuovo liberi. Quando Mehrzad veniva scoperto, c’era il manganello.

“Ho paura”, dice sorridendo. È un sorriso amaro. Sorride ogni volta che racconta queste storie, storie di persone dilaniate dalle bombe, di lui che attraversa fiumi a nuoto, che si nasconde nelle foreste, che patisce la fame, che vaga per mesi in Europa. Ha paura di perdere nuovamente Berlino, il corso di lingua, il suo amico, la sua stanza. Però l’Ungheria ha le sue impronte digitali. Sono regole come questa che ripristinano i confini interni dell’Europa. Il primo Stato dell’UE nel quale un migrante arriva è lo Stato nel quale deve fare richiesta d’asilo e aspettare l’evolversi degli eventi. Fortunato chi riesce ad arrivare fino in Germania senza essere fermato prima. Mehrzad non lo è stato: è stato fermato e registrato direttamente al confine ungherese. Per questo ora dovrebbe essere rimandato là. Prende le lettere del tribunale amministrativo da uno spesso raccoglitore ad anelli.

Mehrzad non vuole tornare indietro. Come spiegazione, solleva minaccioso il suo braccio, quasi fosse un manganello. Poi racconta di come la polizia gli abbia dato la caccia fino in Serbia, di come neanche in Serbia sia stato voluto e di come, di conseguenza, sia stato nuovamente cacciato via. Un viandante tra i confini dell’Europa. Non è un episodio isolato. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) lancia moniti sulle espulsioni verso l’Ungheria.

Ali poggia un braccio sulle spalle di Mehrzad come per dire “andrà tutto bene”. Si può permettere di consolarlo, lui ha avuto fortuna. Racconta la sua storia come se fosse uno di quei thriller in cui si vuole sapere come va a finire: da confine a confine, in balia di contrabbandieri con guanti e volto coperto, fino al confine tedesco. È stato fermato per la prima volta a Monaco. Ma non è solo il luogo nel quale sono stati registrati a renderli diversi. Mentre Mehrzad aiutava la sua famiglia facendo l’annodatore di tappeti, Ali ha studiato economia e ha lavorato per un’impresa di logistica, che riforniva anche l’esercito. Per questo è dovuto fuggire dai talebani. “Dal momento che devo stare qui, voglio fare qualcosa per me stesso”, dice Ali e spera di potersi iscrivere ad una laurea specialistica. Mehrzad aggiunge: “Se devo tornare in Ungheria per me è la fine. Anch’io voglio fare qualcosa della mia vita”.

One comment

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