Ero carne da macello

25.05.2014
Traduzione dal tedesco: Translate for Justice

di Leonardo Padrón

«Mamma ci sei?» chiese con voce rotta. «Si tesoro, sono qui» rispose Gloria alla più giovane delle sue figlie. Le separavano solo due metri di distanza, ma non potevano vedere nulla, erano bendate. Gli occhi di Gloria erano coperti da uno straccio puzzolente, quelli di sua figlia dal suo stesso maglione, quello che indossava quando i soldati le avevano fermate in una strada di Rubio, nello stato di Táchira, in Venezuela. Sua figlia respirò sollevata. Era nel bel mezzo dell’orrore ma, il fatto di sapere che sua madre era seduta vicino a lei, rendeva la situazione più sopportabile.

Mercoledì 19 marzo, Gloria Tobón (47) era rimasta a casa a sbrigare le faccende domestiche, così come faceva ogni giorno da quando non aveva più un lavoro. Sua figlia Katheriin era andata al negozio di bigiotteria, dove lavorava e guadagnava i 3500 Bolívares (ca. 410 euro) che bastavano appena per il sostentamento delle due donne e dei tre nipoti di Gloria (il più grande di 7 anni e il più piccolo di 3). La madre dei bambini era scappata con un uomo del paese. Gloria, invece di lamentarsi, si è presa cura di loro. Ma questa è un’altra storia. Quel mercoledì tutto lo Stato di Táchira manifestava contro il governo di Maduro.

Katheriin (sì, con la doppia „i“) chiamò Gloria alle 9:30 per dirle che alcuni motorizados, motociclisti membri di una milizia armata e ufficiosamente al soldo del governo, erano passati dal negozio e le avevano detto di chiudere. Lei e sua madre avevano deciso quindi di approfittarne per andare a San Cristóbal, la capitale di Táchiras, per fare la spesa. «Sa, qui a Rubio non si trova nulla. È una vergogna» mi racconta Gloria. Yamilet, una delle figlie di Gloria, era rimasta a casa per badare ai bambini. «Avevamo deciso di incontrarci davanti alla farmacia. C’era una manifestazione pacifica, alcuni ragazzi parlavano addirittura con la polizia. Un soldato mi disse di non andare a San Cristóbal, perché là la situazione era molto pericolosa, e quindi decidemmo di seguire brevemente la manifestazione». Gloria parla con un forte accento delle Ande. La sua voce ha la calma delle montagne andine, vacilla solo tra le rocce ripide.

«Dopo poco tempo apparve un gruppo di motorizados» racconta. Gloria parla di più di venti uomini, ognuno con un compagno sul sellino posteriore. «Ci assalirono. Iniziammo a scappare, sentivo urla tremende. Mi girai e vidi una giovane donna. La schiaffeggiarono ripetutamente. Due di loro, in sella alla moto, la tenevano per i capelli e stavano quasi per trascinarla lungo la strada a motore accesso. Tornai indietro per aiutarla». Fu un affronto imperdonabile per i motorizados. Uno di loro scese dalla moto e sbatté Gloria contro la pensilina dell’autobus. La prese a calci. Una volta. Due volte. Tre volte. Molte volte. Un altro le puntò una pistola alla testa. Il primo gridò furioso: «Ammazza questa puttana! Sparale!». Katheriin intervenne. Accidenti, si trattava di sua madre. Gli uomini concentrarono la loro violenza sulla ventunenne. «L’hanno picchiata ferocemente. Gridai che potevano uccidere me e lasciare libera lei». Madre e figlia si difendevano con tutte le loro forze. Per le strade imperversava il caos. I soldati iniziarono a picchiare altre persone. Qualcuno le caricò su una moto e le portò via, fino all’entrata di Rubio. «Poi andammo dalla suocera di mia sorella, per riprenderci dallo spavento». Il peggio doveva ancora arrivare.

Dopo un po’ Gloria e Katheriin uscirono per tornare a casa, ma esplose un’altra ondata di violenza. «Iniziammo di nuovo tutti a correre. Persi di vista mia figlia nella folla.» Gloria iniziò ad agitarsi. Iniziò a chiamarla correndo in tutte le direzioni. Le autorità erano una muta affamata. Gloria vide che l’inferriata della porta di una casa era aperta ed entrò. Venne ricacciata fuori a calci dalle persone all’interno. Fu consegnata al gruppo di violenti. «Uno iniziò a strangolarmi. Fui sul punto di soffocare. Un altro mi versò dell’aceto sul viso dicendo: “Ti piace l’aceto Guarimberita ? Apri gli occhi, troia!”». Una donna in uniforme la prese di nuovo a calci e la sbatté a testa in giù in un furgone. «Vediamo se con l’elettroshock non ci dici chi ti finanzia!». Gloria non capiva una parola. Mentre la trattenevano, pensava solo a sua figlia.

Quando entrò nella stanza, vide Katheriin a piedi nudi e con gli occhi bendati. Non ebbe però tempo di dire nulla, perché venne portata subito in un’altra stanza: «Lì mi versarono dell’acqua sulla testa. Molte volte. Poi mi torturarono facendomi l’elettroshock sulle unghie e sui piedi. Le scariche elettriche erano molto forti. Mi fecero l’elettroshock anche sul seno…».
(A questo punto Gloria tace. Le parole non riescono ad uscirle dalla bocca, le rimangono strozzate in gola, nel cielo della sua bocca, nei suoi ricordi. Scoppia a piangere, come se stesse per crollare a pezzi. Si scusa con me: «Mi perdoni ma è molto difficile». Raccontare quello che è successo ha evocato nuovamente tutta quella paura. Fa un respiro profondo e continua a raccontare.)

«Poi arrivò una donna che imprecò contro i militari. Mi portò da mia figlia. Là ci legarono. Ci portarono uno alla volta in un’altra stanza. Ci fotografarono, ma non sapevo il perché. Ogni volta che prendevano uno studente e lo portavano nella stanza era terribile; le urla, cosa gli facevano. Mia figlia fu costretta a vedere come un giovane infermiere veniva picchiato. Katheriin lo conosceva. Venne fatto mettere in ginocchio e preso a calci in faccia. Gli si ruppe il naso e perse metà dei denti. Sanguinava talmente tanto che Katheriin fu sul punto di svenire. I miliziani li presero in giro dicendo: “Brutti pezzi di merda, vi faremo a pezzi e vi getteremo in una fossa!”. Dissero a mia figlia che l’avrebbero portata nella prigione di Santa Ana, in modo che un Pran (un detenuto che fa da leader ad altri detenuti, N.d.T.) la potesse stuprare. Io piangevo, ero paralizzata dal terrore. Passai dodici ore con gli occhi bendati. Non se lo può immaginare. Venivano spesso e ci picchiavano. Uno si mise sui piedi di mia figlia, pestandoglieli, visto che non aveva le scarpe. Ci hanno preso i cellulari e hanno scritto cose orribili. Ogni volta che qualcuno ci chiamava, loro rispondevano dicendo che eravamo già morti». Gloria tace. Le lacrime le inchiodano la bocca, soffocano le sue parole. Quando non parla, il silenzio è assordante.

Verso mezzanotte arrivò il sindaco di Rubio con alcuni consiglieri comunali per verificare le condizioni dei prigionieri. Naturalmente, prima del loro arrivo, i poliziotti avevano levato loro le manette, pulito le ferite e li avevano pettinati. Fecero indossare delle magliette agli studenti. Quando un consigliere comunale vide in che condizioni erano la madre e la figlia, disse al responsabile senza esitazioni: «Prendete me al loro posto». Fu completamente ignorato.
Alle 2 del mattino arrivò il Corpo indagini scientifiche, penali e criminali della Polizia venezuelana (Cicpc). Volevano che Gloria firmasse una dichiarazione nella quale affermava che i suoi diritti erano stati rispettati. Lei s’indignò e si rifiutò di firmare poiché era tutto falso. Maledettamente falso. Inoltre Yamilet, un’altra delle sue figlie, le aveva già raccontato, in uno dei momenti in cui si erano potute vedere, che uno dei guardiani aveva già postato una sua foto su Facebook nella quale lei aveva gli occhi bendati ed era circondata da molotov, lanciagranate, chiodi e bottiglie di aceto. Il ritratto di una terrorista.

Erano 22 prigionieri, due insegnanti, un fotografo, degli studenti, delle persone che non avevano neanche manifestato e un disabile con una gamba piena di pallini da caccia. Gloria e Katheriin dovettero salire in macchina e viaggiare in un convoglio. Dovevano rimanere in ginocchio. Uno dei guardiani teneva il piede premuto sulla testa di Gloria e diceva: «Ecco questa puttana di merda!». Rubarono loro i 2600 Bolivares con i quali avrebbero dovuto fare la spesa. Le portarono al posto di comando di San Antonio. Rimasero in prigione per tre giorni senza poter vedere la loro famiglia. Il pasto era costituito soltanto da riso. Riso. Riso. Riso. «Rimanemmo là da mercoledì a venerdì, dovevamo stare sedute, non potevamo sdraiarci, farci la doccia o cambiarci i vestiti. Pensi, ci dicevano che ci avrebbero processato in un tribunale militare. Non capivamo nulla. Perché avremmo dovuto subire un processo? Ci volevano rinchiudere nella prigione di Barinas.» «Mamma ho paura.» «Anche io amore mio. Preghiamo.»

Gloria e sua figlia sono state liberate grazie ad un’iniziativa degli avvocati del Foro Penal Venezolano, una ONG che assiste giuridicamente le persone che hanno subito violazioni di diritti. Hanno ricevuto una disposizione provvisoria. Ogni mese devono presentarsi all’ufficio del pubblico ministero di San Antonio. Gloria non è crollata, nonostante quello che è successo. «Volevo denunciarli, hanno violato i miei diritti». Racconta di come sua figlia, terrorizzata, l’abbia pregata di non farlo: «Mamma siamo persone molto semplici, siamo povere. Chi ci darà ascolto?». Il giudice le fornì un argomento molto convincente: le disse che se avesse sporto denuncia le cose sarebbero peggiorate ulteriormente.

Ho chiesto loro se preferivano che usassi uno pseudonimo per questo reportage. «No, usi pure il mio nome, è lo stesso. Non voglio che un altro venezuelano viva quello che ho vissuto io». Io rimango in silenzio. «Certo» è l’unica cosa che riesco a rispondere.

Mi parla delle conseguenze delle torture: contusioni, ematomi, infiammazioni al collo, una lussazione alla spalla. E insonnia. Sono ancora visibili dei lividi sul suo viso. Gloria riassume in una frase tutta la violenza subita: «Ero carne da macello… ero un mostro».

«Ha paura?» le chiedo. Lei confessa di avere paura di essere arrestata durante una delle convocazioni mensili dal pubblico ministero. «Non preferirebbe tacere?» insisto. «L’opinione pubblica deve sapere» mi dice. Mi annoto il suo nome per la seconda volta: Gloria Tobón.

«Sono andata a scuola solo fino a 15 anni. Ho lavorato come panettiera, come donna delle pulizie e cose simili. Ora sono una perseguitata politica. Riesce a immaginarselo?». Uno dei suoi nipoti piange e ha bisogno urgente di lei. Quando abbiamo finito con l’intervista, guardo fuori dalla finestra. In strada vedo un manifesto: «Maduro è il popolo».

Questa è solo una delle 160 storie di torture che non vengono mai riportate dalla stampa nazionale.

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