Attenzione! “Razzismo” e “antisemitismo”: termini inflazionati

07.04.2014
Tradotto dal tedesco da Translators for Justice
Fonte: http://www.migazin.de/2014/04/07/inflationaerer-gebrauch-begriffe-antisemitismus-rassismus/

I termini razzismo e antisemitismo hanno davvero perso i loro tratti definienti a causa dell’uso inflazionato che se ne fa? Questa è senz’altro l’opinione di Micha Brumlik, pedagogista di Francoforte. In un convegno tenutosi a Colonia è intervenuto parlando dei limiti e delle opportunità della professione del pedagogo.

I valori della società e i punti di riferimento cambiano nel tempo. La domanda: “Tuo nonno era nazista o no?” raramente offre ancora spunti utili ai fini dell’educazione antirazzista e della critica all’antisemitismo, poiché le relazioni familiari con il nazionalsocialismo fanno praticamente ormai parte del passato. Questo è quanto ha detto il rinomato pedagogista di Francoforte Micha Brumlik in un convegno tenutosi a Colonia.

Brumlik è Consulente Senior del Centro per gli Studi Ebraici di Berlino/Brandeburgo. Brumlik sostiene che termini quali “antisemitismo” e “razzismo” abbiano perso i loro tratti definienti per via dell’uso inflazionato che se ne fa: “Dobbiamo impegnarci ad affinare nuovamente questi termini tenendo presente il contesto di una società globalizzata nella quale la sensibilità verso ingiustizie di ogni tipo è chiaramente aumentata”.

Trasformazioni del termine “antisemitismo”

Per quanto riguarda la trasformazione del termine “antisemitismo” nel discorso contemporaneo, Brumlik spiega che: “Ci sono differenze di significato in ciò che noi definiamo antisemitismo, dai Rothschild allo Stato di Israele”. Nel XIX secolo gli antisemiti hanno bollato la banca Rothschild e le sue transazioni finanziarie come simbolo dell’intera “ebraicità”. Gli antisemiti, oggi, usano spesso lo Stato di Israele come presunto rappresentante della “totalità degli ebrei” per alimentare i loro pregiudizi, facendo così venir meno ogni possibile differenziazione. Secondo Brumlik poi: “L’antisemitismo ha poco, se non nulla a che fare con il comportamento degli ebrei”. Compito e obiettivo di una pedagogia critica di nuovo orientamento sarebbe quindi quello di separare avvenimenti e responsabilità politiche dalle persone e dalla loro religione, nazionalità o altra appartenenza costruita.
Dal razzismo basato sul colore della pelle al neo-razzismo
Brumlik sostiene che le radici del razzismo basato sul colore della pelle si possano far risalire indicativamente alla schiavitù del XVI secolo, quando i coloni cristiani dell’America Latina si ritrovarono intrappolati in un “dilemma morale”: da un lato le loro coscienze erano tormentate per via del massacro degli indigeni, dall’altro avevano bisogno di manodopera per lo sfruttamento minerario. “Così si scoprì che forse in Africa c’erano esseri simili a umani, di fatto però subumani, da poter utilizzare con coscienza più leggera come bestie da lavoro schiavizzate ed indegne, i cosiddetti negri”, spiega Brumlik.

Il commercio degli schiavi transatlantico avrebbe influito poi anche sulla consapevolezza e sull’inconscio delle società che non erano coinvolte nel mercato degli schiavi. Così i coloni tedeschi sarebbero responsabili del genocidio degli Herero dal 1904 al 1908 nell’attuale Namibia. Allora furono uccise 85.000 persone. A tal proposito, Brumlik ricorda anche la poco conosciuta discussione sui bambini che, dalla fine della prima guerra mondiale fino al periodo del nazionalsocialismo, venivano denigratoriamente chiamati “bastardi della Renania”, poiché vivevano nelle regioni allora sotto occupazione francese e avevano padre di colore e madre bianca.
Secondo Brumlik, il problema sarebbe l’attribuzione di tali appartenenze, ormai consolidatasi nel razzismo degli ultimi 30-40 anni, che si presume vengano ereditate biologicamente e che siano immutabili. “Nel frattempo siamo diventati consapevoli dell’esistenza di un neo-razzismo, che guarda al culturalismo e che àncora le persone alla loro cultura d’origine, anche questa supposta immutabile”.

Secondo Astrid Messerschmidt, professoressa di pedagogia a Karlsruhe, si assiste oggi all’avanzamento di due forme di discriminazione più attuali che sostituiscono l’antisemitismo diretto basato sulla rimozione della colpa. In primis vi è l’antisemitismo della nuova borghesia tedesca di centro, che si concentra sulla libertà e si mostra ad esempio nel dibattito nato intorno all’ultimo libro di Thilo Sarrazin, che tematizza la questione dei divieti di pensare che si ritiene siano stati creati. La seconda forma di antisemitismo è un antisemitismo dell’uguaglianza che parte soprattutto da gruppi di giovani migranti svantaggiati e discriminati. I responsabili dell’educazione e della formazione dovrebbero prendere atto di questi sviluppi. In fondo si calcola che, nei prossimi cinque anni, nelle grandi città il 50% dei bambini e degli adolescenti proverrà da famiglie di immigrati, con una storia alle spalle completamente diversa da quella di persone di origine tedesca.

I nuovi travestimenti del risentimento

Nel lavoro di educazione dei ragazzi più giovani provenienti da ambienti con esperienze migratorie non si può non affrontare, secondo Brumlik, il tema della politica di occupazione di Israele, poiché questa rappresenta un particolare esempio, ben riuscito da un punto di vista mediatico, di come l’Occidente eserciti il potere nell’era post-coloniale. In un caso del genere, non serve a tanto dire: “Beh in confronto con quello che succede in Siria o in Congo o in Mali questo non è niente: non c’è bisogno di scaldarsi tanto!”

Si tratta invece soprattutto di “mostrare che dietro ai più recenti travestimenti del risentimento si celano sempre i vecchi schemi di odio”. Brumlik indica tre punti teorizzati da Nathan Scharansky. Per prima cosa c’è la “demonizzazione”, ovvero le azioni politiche di Israele vengono valutate in modo estremamente negativo, vengono ad esempio equiparate ai metodi nazionalsocialisti, cosa che succede frequentemente. Un ulteriore indizio potrebbe essere il “doppio standard”, vale a dire che Israele viene accusato di qualcosa che altrove viene accettato: basti pensare a quando lo Stato di Israele viene criticato per la colonizzazione di parti della Cisgiordania, mentre l’annessione del Tibet da parte della Cina non viene stigmatizzata. Brumlik ci fa riflettere a tal proposito sul fatto che bisognerebbe rinunciare completamente alle critiche se, ogni qualvolta si voglia affrontare un’ingiustizia, si devono continuamente ricordare anche tutte le altre. Il terzo punto di riferimento citato da Brumlik in relazione al rancore antisemita è la “delegittimazione”, ovvero ad Israele viene contestata la sua ragion d’essere. Lo si esclude come immotivabile.

Obiettivi didattici
Un lavoro di educazione atto a combattere l’antisemitismo e il razzismo nell’era della globalizzazione deve porsi, secondo Brumlik, cinque obiettivi. Per prima cosa sarebbe necessaria “una solidarietà sensibilizzante nei confronti di tutte le vittime”, che si collega così al secondo obiettivo, ovvero “una critica tanto implacabile quanto più precisa verso tutti i colpevoli, siano essi singoli o gruppi, e le strutture sociali che li sostengono”. Per quanto riguarda in particolare la Repubblica Federale di Germania, il terzo obiettivo consisterebbe nell’assumersi consapevolmente la responsabilità civile per la storia tedesca ed europea, laddove ora però non si tratterebbe più del senso di colpa.

Il quarto obiettivo indicato da Brumlik è “l’educazione ai diritti dell’uomo”. Brumlik ha sottolineato la necessità di offrire corsi su tematiche che trasmettono il significato dei diritti umani nella società globale in cui viviamo. In tale contesto si inserisce il quinto obiettivo, vale a dire “affrontare tutte le discriminazioni, dalla politica di occupazione al commercio degli schiavi”. Il commercio transatlantico degli schiavi, che ha reso possibile il razzismo basato sul colore della pelle, non sarebbe stato possibile senza l’area di dominio islamico, osserva Brumlik. L’hanno dimostrato anche alcuni studiosi africani, come ad esempio l’antropologo senegalese Tidiane N’Diaye, che nel suo libro intitolato “Il genocidio nascosto” descrive la storia del commercio musulmano degli schiavi in Africa. Inoltre non va dimenticato che, nonostante tutta la comprensione per gli interessi della sicurezza di Israele, la fondazione e il consolidamento di questo Stato si basano sulle pulizie etniche e, dal 1967, sull’applicazione continuata di classiche pratiche coloniali.

Il lavoro di educazione e formazione dovrebbe conseguentemente mostrare che anche la sfera di cultura islamica ha fornito il suo contributo al razzismo e che vanno dunque escluse trasfigurazioni dell’Islam come cultura dell’uguaglianza e della libertà tanto quanto il disprezzo dello stesso nella sua interezza. Allo stesso modo non bisogna ignorare che anche gli ebrei sono capaci di azioni e pratiche coloniali e razziste, che però non devono essere addebitate all’intero mondo ebraico.
La conclusione di Brumlik è quindi: “L’obiettivo del nostro lavoro può solo essere quello di insegnare i diritti dell’uomo e di formare cittadini del mondo“. La contraddizione tra un lavoro di educazione contro l’antisemitismo e uno postcoloniale può essere neutralizzata quando ci si allontanerà dal piano delle prese di posizione parziali e moraliste e verrà perseguita una prospettiva ed una responsabilità cosmopolita. La globalizzazione e l’immigrazione, secondo Brumlik, hanno creato nella Repubblica Federale di Germania una situazione che ha relativamente poco a che fare con il passato tedesco. È necessario che questa nuova situazione venga innanzitutto individuata e riconosciuta nel lavoro di educazione.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s