Il movimento di Gezi e il furto della rivoluzione egiziana

4.7.2013
Fonte: http://bianet.org/bianet/bianet/148199-gezi-direnisi-ve-misir-devrimi-nin-calinmasi
Traduzione: Translators for Justice

Un commento di Ulaş Başar Gezgin

Nonostante le grandi differenze, c’è una cosa che sia gli avvenimenti di piazza Taksim che quelli di piazza Tahrir hanno messo in evidenza: che la strada verso la democrazia non passa per le urne, quanto invece per la possibilità data alla gente di farsi partecipe della vita politica nel quotidiano.

Istanbul – Redazione BIA
Giovedì, 04 luglio 2013, 11:05

L’esito della protesta egiziana, con il golpe militare del 30 luglio 2013, ha rappresentato indubbiamente un evento significativo per il movimento di Gezi. I due movimenti erano stati più volte messi a confronto e questa tendenza sembra destinata a protrarsi.

A paragonare piazza Tahrir e piazza Taksim non sono stati solo gli oppositori, ma anche i sostenitori del governo, i quali, però, più che sulle somiglianze, si sono concentrati sulle differenze. Poiché, infatti, la caduta dell’odiato regime di Mubarak, filooccidentale e lontano dalla Fratellanza Musulmana, viene festeggiata come una vittoria dei conservatori,Tahrir viene a rappresentare una resistenza dai tratti quasi sacri, mentre invece quella di Taksim viene interpretata come il tentativo da parte degli insorti di abbattere il governo.

Per alcuni oppositori, invece, tra Tahrir e Taksim a prevalere sono le somiglianze: un movimento non organizzato e formatosi con l’aiuto dei social media si è trasformato, nel primo caso, in un movimento di massa contro la dittatura, mantenendo le strutture di un’occupazione. Le somiglianze con Taksim sono innegabili. Mentre però Tahrir si muoveva contro una dittatura repressiva e laica, a Taksim le cose sono diverse.

Si può dire che fino all’insurrezione del 30 giugno erano le differenze a prevalere sulle affinità; ecco le principali:

1) Tahrir è un movimento che presenta aspetti economici; a Taksim prevalgono gli aspetti politici.

2) A Tahrir le aggressioni sessuali erano all’ordine del giorno; a Taksim, invece, fatta eccezione per i comportamenti della polizia, non è stata registrata alcuna molestia sessuale. In quei giorni girava addirittura una battuta: “Nessuna molestia a piazza Taksim; speriamo che il primo ministro riesca ancora a trattenere quel 50% che, seppure a fatica, tiene tuttora imbrigliato”. In Turchia, i dimostranti non calpestano le aree verdi e non ostacolano il passaggio dei pedoni sui marciapiedi. Accade addirittura che venga lasciata libera una corsia per il passaggio dei veicoli nelle strade; alcuni si offrono di fare da vigili urbani e di dirigere volontariamente il traffico (vedi la cerimonia del 02 luglio 2013 in memoria del massacro di Sivas a Kadiköy).

3) Tahrir si trova nella capitale, Taksim no. Si tratta di una differenza rilevante in relazione allo spazio e allo scenario degli avvenimenti. L’occupazione di Tahrir consente la deposizione fisica del governo, come accaduto in molti Stati sudamericani (valga, su tutti, il caso argentino). Ciò non vale per Taksim. In tal senso, è più sensato confrontare Tahrir con piazza Kizilay. A Taksim non vi sono istituzioni governative. Le proteste vanno come a disperdersi nell’aria. Negli altri Stati le proteste si svolgono davanti ai ministeri, ai palazzi governativi, alle centrali di comando delle forze armate, alle sedi della presidenza del consiglio e del capo di stato, davanti al Parlamento ecc.

4) A Taksim tutto è partito come un movimento in difesa dell’ambiente. A Tahrir le dinamiche sono state di tipo diverso fin dal principio.

5) A Tahrir si trattava di una dittatura lunga 30 anni. A Taksim le proteste prendevano di mira un dittatore al potere da 10 anni. Anche su questo punto le differenze sono significative.

6) Tahrir si concentrava su Mubarak e meno su una possibile forma di società alternativa da creare; Taksim, invece, è divenuto il tentativo di istituire la comune come forma alternativa di società, anche se l’obiettivo del ritiro del primo ministro Erdogan era ugualmente perseguito.

7) La sinistra è relativamente debole a Tahrir, mentre a Taksim la sinistra organizzata è sì minoritaria, ma la massa non organizzata è orientata prevalentemente a sinistra.

8) A Tahrir, il dittatore è stato deposto dopo 18 giorni; nel caso di Taksim saranno necessari mesi, forse anni.

9) La caduta di Mubarak è costata la vita a 846 persone a piazza Tahrir; durante le dimostrazioni di piazza Taksim si sono contati 5 morti, di cui nessuno nella stessa Taksim.

10) Tahrir si è ispirata alla rivoluzione in Tunisia; per la rivoluzione a Taksim non ci sono stati modelli a cui ispirarsi: Taksim si è auto ispirata, ispirando poi senza dubbio i dimostranti di altre nazioni.

Tahrir dalla prospettiva del movimento di Gezi

Potremmo andare avanti con il paragone e di certo trovare ulteriori affinità, ma veniamo ora al vero tema dell’articolo: la protesta del 30 giugno in Egitto si è conclusa con un colpo di Stato. Che significato assume ciò dalla prospettiva di Gezi? Trovate qui le risposte:

1) Il golpe del 3 luglio è stato una strumentalizzazione dell’insurrezione popolare. Il popolo avrebbe infatti abbattuto Mursi anche nel caso in cui l’esercito avesse mantenuto una posizione neutrale. Al contrario dei sogni del “militare laico”, con il proprio comportamento questi ha di fatto impedito al popolo di costruirsi un proprio governo, una possibilità inesistente in Turchia. Qui la forza militare è stata addomesticata grazie alle politiche ad hoc del partito AKP. L’Egitto può però ora arricchire la storia delle battaglie sociali mondiali e la letteratura sociologica di un nuovo termine: un colpo di Stato della polizia attraverso l’esercito della polizia.

Allorché Mursi si rivela incapace di proteggere gli interessi degli americani, i militari strappano il potere e danno a intendere che loro “sono più bravi a proteggere questi interessi”. La relazione fra la guida del golpe con gli Stati Uniti va intesa in questo modo. In tal senso, la situazione ha un’affinità con quella del 12 settembre [il 12 settembre 1980 fu realizzato in Turchia un colpo di stato militare, il terzo nella storia della Repubblica – N.d.T.]. In alcuni circoli è opinione diffusa che, prima, vigesse una meravigliosa monarchia e che si sia poi giunti a un golpe come quello del 12 settembre. Ciò, però, non è corretto. Quello del 12 settembre 1980 non è stato un golpe, ma un mutamento nei metodi di governo dell’alleanza delle classi opprimenti, ovvero dell’oligarchia. Il 12 settembre si è assistito al passaggio da un fascismo di tipo civile a uno di tipo militare e non, invece, a un colpo di Stato. Si sarebbe potuto parlare del 12 settembre come di un colpo di Stato solo se, nella fase precedente, fosse esistito un regime socialdemocratico correttamente funzionante. Gli Stati Uniti, così come fecero il 12 settembre, lanciano proclami che suonano un po’ come “i nostri giovani ce l’hanno fatta”. A squillare qui non sono le trombe del fascismo civile, ma di quello militare. Non appena Erdogan non sarà più in grado di servire adeguatamente gli interessi americani e diventerà una lumaca, il fascismo si presenterà in altre varianti. Grattando sulla facciata della democrazia americana, affiorano sanguinose cooperazioni con i dittatori sparsi qua e là per i vari Paesi del mondo e sostanzialmente affini agli Stati Uniti. Il fatto che il militare abbia preso il potere in Egitto al posto di Mursi, sta solo a significare, in realtà, che il potere di governare in Egitto, che viene dagli Stati Uniti, è stato riconsegnato agli Stati Uniti.

2) In Iran, l’elezione del presidente riformista Rohani ha attutito le campane di guerra, con la conseguenza che Obama, nella regione, non è più dipendente da Erdogan e Davutoglu nella stessa misura in cui lo era fino ad ora. Il fatto che ora anche Mursi, amico degli USA e promotore di un “Islam moderato”, sia stato deposto, potrebbe scuotere la situazione nell’AKP. La deposizione di Mursi, seppure riuscita con l’intervento dei militari, fa sì che l’ “Islam moderato” non rappresenti più un modello. In tal senso, la caduta di Mursi rafforza la resistenza di Gezi sul piano internazionale. E non va dimenticato che molti ministri si erano già fatti da parte prima dell’intervento dei militari. Il governo si stava sgretolando già prima del loro intervento.

3) Non è una novità che in Egitto i militari si approprino della rivoluzione. Anche dopo la caduta di Mubarak, i militari si erano temporaneamente impadroniti della violenza del governo, agendo in maniera non troppo gentile nei confronti dei dimostranti di piazza Tahrir. A Tahrir, dunque, i dimostranti erano in guardia contro un’eventualità di questo tipo. Gli avvenimenti e gli sviluppi degli avvenimenti non andavano più seguiti attraverso i media occidentali, come la CNN e la BBC, ma attraverso le dichiarazioni del partito e delle organizzazioni di sinistra che costituivano la spina dorsale delle proteste.

4) È noto che anche la resistenza di Gezi ha visto la partecipazione di gruppi nazionalisti con la mentalità del “Fuori il militare”. È noto però anche che un militare di questo tipo non esiste più. Di fronte al terrore di Stato a Lice, i dimostranti di Kadiköy e Taksim, con le bandiere di Atatürk, hanno intonato motti curdi (“biji biratiya gelan” e “jin, jiyan, azadi”). Intorno a Taskim si udivano addirittura motti armeni. A Taksim, alcuni urlavano motti pro Ochalan, altri “Noi siamo i soldati di Atatürk”. E non si è arrivato a nessuno scontro fra questi gruppi. Le eventuali differenze di opinione sono state appianate dai gruppi di sinistra, non affiliati con nessuno degli altri due, con motti quali “Evviva la fratellanza dei popoli” e “Coalizziamoci contro il fascismo”. Mentre accadeva tutto ciò, Sirri Sakik [parlamentare di orgine curda e membro del Partito della Pace e della Democrazia – N.d.T.] bollava i dimostranti di Gezi come “golpisti”. È ovvio che nella resistenza di Gezi si sono mescolati slogan di tipo generale a slogan che facevano riferimento a dei gruppi precisi. La resistenza produce cambiamento. Il giovane Medeni Yildirim, morto a Lice, e i curdi in generale sono diventati tema di dibattito pubblico, mentre Sirri Sakik, Ahmet Türk e il partito della Partito della Pace e della Democrazia (BDP) perdono presa fra i partecipanti alla resistenza di Gezi. Si critica spesso anche il fatto che il movimento curdo sia rappresentato da clan e feudatari. Mentre si lascia che i partiti rappresentati in Parlamento si svenino, si rafforzano sempre più quelli “rimasti fuori”.

Non c’è dubbio che ci siano persone favorevoli a un colpo di Stato, persone che in alcuni forum prendono la parola in maniera anche piuttosto violenta, senza lasciare agli altri la possibilità di parlare. Tuttavia, la marcia commemorativa per il massacro di Sivas a Kadiköy, tenutasi il 2 giugno 2013, alla quale hanno partecipato tutti i gruppi, ha dimostrato che i “golpisti” sono in minoranza. Solo un numero esiguo fra coloro che si definiscono “Soldati di Atatürk” sperano in un golpe militare. Questi gruppi accusano comunque già il golpe del 12 settembre di aver praticato un atatürkismo schematico e superficiale. E coloro sui quali viene riposta la “speranza del golpe” sono, dal 12 marzo, i soldati della NATO. Molti generali conosciuti come “nazionalisti” sono in realtà per la maggior parte “americanisti”.

5) I golpisti, minoritari nella resistenza di Gezi, scopriranno come le vicende si svilupperanno parallelamente ai fatti di piazza Tahrir e vedranno cosa significa essere governati dai militari. Gli eventi di piazza Tahrir, purtroppo, non hanno nessuna affinità con la Rivoluzione dei garofani del Portogallo. Ovvio che l’equazione liberale “soldato=dittatura” e “civile=democrazia” è falsa. Vale la pena ricordare che Hitler è arrivato al potere attraverso normali elezioni, mentre il soldato Chavez era in realtà un “golpista”. Tuttavia, solo pochissimi colpi di Stato militari al mondo sono progressisti. E l’obiettivo del movimento di Gezi non dovrebbe essere solo quello di rimuovere Erdogan dalla sua carica, ma quello di far cadere l’AKP e l’alleanza delle classi opprimenti che lo supportano.

Conclusione

Nonostante le numerose differenze, Taksim ha molto da imparare da Tahrir: gli avvenimenti in Egitto successivi al 2011 vanno analizzati nei dettagli. È necessario farlo perché la possibilità che al posto di Erdogan subentri qualcuno ancora più vicino alla comunità di Gülen [predicatore islamico turco – N.d.T]  è concreta. Dobbiamo essere pronti a una tale eventualità. D’altra parte, anche Tahrir ha da imparare da Taksim: la resistenza non si esaurisce con la caduta del dittatore; è necessario instaurare un ordine in cui al popolo venga garantita la possibilità di controllare sistematicamente il governo.

E la strada verso la democrazia non passa per le urne elettorali; la strada verso la democrazia passa per la possibilità che viene data alle persone di farsi partecipi della vita politica nel loro quotidiano. Nell’ottica di una cultura della partecipazione, non c’è spazio per il sistema presidenziale, per l’AKP e per la mentalità antidemocratica, antilaica e selvaggiamente capitalistica che esso rappresenta.

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