L’Internazionale dell’ignoranza

23.06.2013
Tradotto da Translators for Justice
Fonte: http://www.taz.de/Die-Republik-Gezi-Park/!118600/

Se l’UE interrompe i negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea, la vittoria è di Erdogan. Il parco di Gezi, tuttavia, non incarna il pensiero europeo: lo oltrepassa.

di Felix Dachsel
Prologo

C’era una volta un Paese. Si trovava nel cuore di Istanbul e si estendeva su un parco. Il parco era ornato di fontane e costellato da dozzine di tende. Nel Paese la parola era libera e audace. Si riconoscevano le ingiustizie e se ne discuteva. Il Paese era animato dalla solidarietà e da un senso di responsabilità reciproca per ciò che si era costruito in comune. I cittadini di questo Paese non costituivano una comunità omogenea, ma le loro differenze non creavano problemi. I cittadini di questo Paese non credevano negli stessi ideali, ma il rispetto reciproco li teneva uniti. Chi aveva fame non restava mai senza cibo. Chi aveva sete non restava mai senza acqua. Chiunque cadesse riceveva aiuto e si rialzava. Care lettrici e cari lettori, questa è la storia di Gezi.

Gezi e i suoi oppositori

Gezi ha molti sostenitori, ma anche detrattori e antagonisti. Infatti, come le proteste dei cittadini di Gezi ricevono sostegno e si espandono oltre i confini del Paese, con dimostrazioni a Berlino e striscioni a San Paolo, così anche l’ottusità di Erdogan valica i confini della Turchia. Non esiste soltanto un’Internazionale della protesta, della dignità e dell’autodeterminazione. Esiste anche un’Internazionale dell’ignoranza. Un’Internazionale dell’ignoranza che appesantisce il rapporto della Turchia con l’Europa e che, a sua volta, appesantisce anche il rapporto dell’Europa con la Turchia.

La spirale fatta di orgoglio, divisione e pregiudizio, messa in moto da Erdogan e accelerata dalla sua retorica bellicosa e dalla violenza brutale della polizia, continua a essere avvitata dall’Europa. C’è chi approfitta di questa dinamica da entrambe le parti. Da entrambe le parti qualcuno trae vantaggio da questa situazione di stallo dei negoziati con l’Unione; qualcuno ha raggiunto, addirittura, un obiettivo.

Ad esempio, Erika Steinbach, portavoce del gruppo di lavoro per i diritti umani e gli aiuti umanitari del partito tedesco della CDU/CSU, rappresenta esemplarmente tutti gli scettici sulla Turchia che sfruttano le immagini provenienti da Istanbul, Izmir, Ankara per dichiarare: guardate e giudicate. Noi non abbiamo nulla da condividere con questo popolo.

Mentre in Turchia decine di migliaia di persone manifestavano per i loro diritti, Steinbach affermava in un comunicato stampa che la Repubblica di Atatürk, nelle condizioni attuali, non può entrare nell’Unione Europea. Così, come se non aspettasse altro che delle prove a conferma del suo pregiudizio. Così, come se il processo di adesione fosse la preoccupazione più urgente per coloro che proprio in quel momento stavano soffocando nella nebbia di gas lacrimogeni. Erika Steinbach rappresenta esemplarmente quegli scettici sulla Turchia che non riescono a orientare lo sguardo oltre la nube dei lacrimogeni e il getto degli idranti. In lei serpeggiano risentimento e razzismo latente.

Lei e i suoi sostenitori non vogliono ammettere che esista una Repubblica di Gezi. Invece, dovrebbero rendersi conto che Gezi non solo è espressione del pensiero europeo, ma addirittura lo oltrepassa. Per Steinbach e i suoi sostenitori va tutto bene, finché Recep Tayyip Erdogan pratica la linea dell’intolleranza e della coercizione brutale.

I pregiudizi della Steinbach si muovono paralleli e poi si intrecciano con l’orgoglio del primo ministro turco. Se le distanze tra l’Unione Europea e la Turchia aumentano ulteriormente, Erdogan potrà agire contro i diritti del suo popolo in modo implacabile. È felice dell’interruzione dei negoziati tanto quanto Erika Steinbach. Steinbach e Erdogan sono fratelli nello spirito. Ad unirli è l’Internazionale dell’ignoranza. Lavorano per lo stesso progetto: contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e contro la Repubblica di Gezi.

Chi crede che i negoziati per l’adesione possano essere un mezzo di pressione, uno strumento per domare il premier turco e le sue pratiche di repressione selvagge, è caduto nell’errore di pensare che Erdogan voglia ancora guidare il proprio Paese verso l’Europa. Non si può negare che all’inizio fosse affascinato dalla forza economica europea, ma l’attrazione è andata in seguito scemando, così come la forza dell’economia europea. Allo stesso tempo, invece, l’economia turca ha vissuto un boom, il Paese ha iniziato a crescere e con esso l’orgoglio del suo presidente, che ora si sente onnipotente e vuole stabilire le regole del gioco.

Erdogan non vuole più stringere accordi con Unione Europea, se le condizioni per farlo sono il pensiero europeo, l’autodeterminazione e la libertà di pensiero: se deve scegliere fra diritti dei cittadini e centro commerciale, preferirà sempre la seconda opzione. Per Erdogan e i suoi sostenitori va tutto bene, finché l’Europa continua ad allontanarsi. Erdogan pensa di poter fare a meno l’Europa.

C’è ancora un altro motivo che spiega l’inefficacia dei negoziati per l’adesione della Turchia come mezzo di pressione per influenzare la politica di Erdogan: la crisi d’identità che sta investendo l’Unione Europea.

Come si può mai convincere il premier turco su temi quali la libertà di pensiero e di stampa quando, nel cuore dell’Europa, in Grecia, viene spenta la tv di stato per motivi economici? La domanda è: cos’è prioritario per l’Europa in tempi di crisi, i diritti dei cittadini o il centro commerciale?

Epilogo

La repubblica di Gezi è stata spenta da coloro che la temevano, falcidiata col fumo come un nido di vespe, in pochi minuti. Tuttavia, la repubblica non è morta: è fiorita e ora è dappertutto. Essa è sorvegliata dalla protesta silenziosa dell’artista in piedi (“duran adam”), popolata da forum seriali di cittadini, cantata dal gruppo rock Duman. Questa repubblica sopravvivrà alle minacce di Erdogan e al disinteresse di Erika Steinbach, resterà pluralistica e democratica. Sopravvivrà, indipendentemente da quante volte il governo tedesco affidi commissioni all’ambasciatore turco, indipendentemente da quante volte il governo turco affidi commissioni all’ambasciatore tedesco.

Vivrà finché ci sarà gente che si riunirà per parlarne. La Turchia sta vivendo un momento magico della democrazia. Perché se c’è un Paese in questo momento che incarna l’Europa così come dovrebbe essere, ebbene quel Paese è proprio questo: la Repubblica di Gezi. Solidale, pacifica, pluralistica, coraggiosa, libera.
E l’Europa può essere contenta di questo Paese.

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