Gezi Park: i media hanno perso completamente credibilità

11.06.2013
Traduzione: Translators of Justice
Fonte: http://www.linkiesta.it/esra-arsan-media#ixzz2XMPojeav

Intervista a Esra Arsan, Professore all’Università Bilgi di Istanbul

Gezi Park: i media hanno perso completamente credibilità

Politicamente parlando, Erdoğan non si è mosso intelligentemente e ha ora scoperto un nuovo nemico: Twitter.

«Twitter è diventato un problema per il nostro Primo Ministro» afferma Esra Arsan, professore di giornalismo all’Università Bilgi di Istanbul e critico dei mass media «secondo una ricerca condotta dall’Università di New York (NYU), fra le 4 del pomeriggio e mezzanotte di venerdì 31 maggio sono stati 2 milioni i tweet riguardanti la protesta. Il crowdsourcing è stato fondamentale per la sollevazione».
Qual è l’essenza del movimento #OccupyGezi?

Si tratta di un movimento assolutamente spontaneo, ovvero non connesso con dei gruppi marginali, come il nostro Primo Ministro ha cercato di farci credere. È partito come una semplice protesta pacifica e ambientalista per proteggere il parco di Gezi. Tuttavia, la reazione brutale della polizia e delle forze di sicurezza ha scatenato un’ampia rivolta che si è andata lentamente trasformando in un movimento eterogeneo. I dimostranti chiedono di rinegoziare e di ampliare gli esigui spazi di democrazia offerti dal governo AKP negli ultimi dieci anni. Vale la pena ricordare che questo è un governo che fa pressione sulla società e che impone stretti controlli sulla vita privata delle persone. Il ruolo delle donne, il numero dei bambini, il consumo di alcool e addirittura le regole nel vestirsi: l’atteggiamento autoritario del governo si manifesta in tutti questi aspetti. Per la prima volta in dieci anni, però, questo governo viene apertamente e pubblicamente criticato. È possibile, secondo me, che tutto ciò non sarebbe mai successo, se la reazione delle forze di polizia nei confronti dei civili e dei dimostranti pacifici non fosse stata così spropositata. Il problema è che Erdoğan è “fuori controllo”; negli ultimi anni si è drammaticamente allontanato dai suoi cittadini e non è dunque abituato a dare ascolto alle loro richieste e ai loro bisogni. Ha represso brutalmente una protesta pacifica, ma non si sarebbe mai immaginato una reazione simile.

La società civile sembrava, però, pronta a una reazione del genere. I dimostranti (studenti, giornalisti, militanti curdi) esistevano già, benché le proteste fossero isolate. La questione del parco di Gezi ha innescato un’enorme sollevazione.

Esatto. Sappiamo tutti che Tayyip Erdoğan ha una forte impostazione religiosa e conservatrice. Se questa caratteristica si fosse limitata alla sua vita privata, non ci sarebbe stato assolutamente alcun problema. Il problema sorge nel momento in cui vuoi imporre il tuo stile di vita e i tuoi modelli al resto della società. Lo slogan dell’AKP è sempre stato: «Siamo un partito liberale e conservatore». Nel loro programma politico non si accennava all’utilizzo della politica per eseguire un’operazione di “ingegneria sociale” che trasformasse i cittadini in una massa di religiosi. Tuttavia, a partire dal 2007, i deputati dell’AKP, i simpatizzanti e lo stesso Erdoğan hanno iniziato a prestare molta più attenzione allo stile di vita delle persone, ai loro comportamenti e modi di fare. All’improvviso sono stati presi di mira la libertà di parola, la libertà di stampa e l’indipendenza della ricerca sociologica. Al momento assistiamo, per esempio, a una graduale privatizzazione delle università e a una serie di decreti mirati a limitare le attività accademiche connesse con ricerche sociologiche. L’atmosfera è particolarmente tesa a tutti i livelli e la popolazione è stufa di questo dirigismo nelle politiche governative.

Sembra, però, che Erdoğan sia stato sordo alle richieste dei dimostranti

Inizialmente la protesta a Gezi Park era assolutamente pacifica e animata da un gruppo piuttosto ristretto di persone. La reazione del governo, però, è stata talmente violenta che nessuno ha potuto più negarne l’evidente sproporzione. Ma il punto è un altro. Tayyip Erdoğan è sempre stato molto bravo a utilizzare i mass media, grazie anche alle sue eccellenti doti comunicative. Questa volta, però, si è dimostrato, secondo me, incapace. Un buon governo e un Primo Ministro intelligente avrebbero approfittato della situazione. Quando la gente va in strada, il miglior approccio è parlarle, ascoltarla, capire cosa vuole. Solo così si può calmare e tenere sotto controllo la situazione. Mentre lui ha fatto esattamente il contrario. Erdoğan vede nei suoi elettori dei soldati che gli ubbidiscono senza pensare, un esercito che se ne sta seduto a casa ad attendere le prossime elezioni per dargli, ancora una volta, il proprio voto. È straordinario che ora tantissimi fra coloro che sostengono di averlo votato dicono: “Che diavolo stai facendo, Tayyip? Questa è follia pura”.

Cosa ne pensa del black-out dei mass media tradizionali?

Siamo di fronte a un punto di svolta per la credibilità dei media turchi. I maggiori media nazionali hanno completamente oscurato la repressione della polizia e deliberatamente ignorato quanto avveniva nelle strade. Non hanno seguito le notizie, non hanno trasmesso immagini e video. Sono anni che lo ripeto: in Turchia i media tradizionali non stanno facendo il loro lavoro, non raccontano la verità, distorcono i fatti e manipolano la realtà. Eppure la gente continua a fidarsi. Ma dopo ciò che è accaduto nel centro di Istanbul, la capitale culturale della Turchia, la magnitudine delle bugie è diventata palese. Per 48 ore non abbiamo ricevuto alcuna informazione dai media! È una vergogna. Vogliono farci credere che tutte queste persone che protestano sono dei gruppi di emarginati o terroristi, mentre invece si tratta di gente comune, di studenti che cercano di difendere i loro ideali e le loro vite. Ma ora è sotto gli occhi di tutti: i media nazionali hanno prima oscurato e poi manipolato i fatti. È per questo motivo che questo movimento di protesta rappresenta un punto di non ritorno per i media in Turchia. Ho visto giornalisti rassegnare le dimissioni dalla NTV, la TV nazionale turca, li ho visti rilasciare dichiarazioni contro i loro superiori. È una forma di rivoluzione, un qualcosa che sarebbe stato impensabile nel passato. Spero che ciò che è accaduto diventi lo spunto per riesaminare le responsabilità e la credibilità dei gradi mezzi di comunicazione nazionali e che incoraggi la popolazione turca a prendere coscienza, a spegnere la televisione e a evitare quei giornali che travisano la realtà.

Dai social network arriva un flusso ininterrotto di informazioni. Twitter e gli altri social media hanno praticamente colmato il vuoto

Twitter è diventato un problema per il nostro Primo Ministro. Poiché i media tradizionali non hanno garantito la copertura dell’attualità, Twitter ha permesso alla gente di capire cosa stava succedendo. Facendo un confronto con la rivolta contro Mubarak in Egitto, dove, secondo uno studio americano, solo il 30% dei tweet provenivano dalla stessa nazione, in Turchia, nelle prime ore di protesta, il 90% dei tweet sono stati geolocalizzati all’interno della nazione. Gran parte dei tweet condannavano apertamente i media tradizionali e il loro inspiegabile silenzio. Ho letto dozzine di tweets in cui si accusavano i media nazionali: «Dove siete? Vergognatevi». Secondo una ricerca dell’università di New York sull’attività Twitter in Turchia, fra le ore 16 e mezzanotte di venerdì 31 maggio sono stati inviati circa 2 milioni di tweet contenenti gli hashtag della protesta (#Occupygezi #Direngeziparki ecc.). Dopo mezzanotte, il numero medio di tweet riguardanti gli avvenimenti era di 3000 tweet al minuto! È semplicemente incredibile. Erdoğan, che ha 2,8 milioni di follower (e 0 following), non ha riportato assolutamente nulla su Twitter. Lo ripeto, è incredibile. Se avesse utilizzato Twitter efficacemente, rispondendo alla gente, riportando la verità sugli avvenimenti, se avesse comunicato qualcosa al suo popolo, forse le cose avrebbero preso una piega diversa. I suoi “consulenti mediatici”, una serie di professionisti ed esperti, hanno mandato tutto a rotoli. L’elemento chiave della protesta è stato il “crowdsourcing”. L’impatto dei social media, grazie al flusso ininterrotto di foto e video, è stato decisivo.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s